Parlano a lungo della bambina, de' suoi capricci, delle sue simpatie e delle sue antipatie, della sua prontezza d'ingegno, della sua grazia infantile, della sua facilità ad apprendere e ad affezionarsi.

Combinano insieme che la signora Eugenia sarebbe andata quel giorno stessa a vederla, verso le quattro.

E a questo punto, è naturale, salta fuori la maestra col suo metodo, e il suo programma. La signora Eugenia parla di religione e di grammatica, dei verbi e della divisione, di libri di testo e di penne da scrivere, poi finalmente ritorna alla visita che avrebbe fatto quel giorno alla piccina e conclude:

— Bisogna che si abitui gradatamente alla mia faccia, alla mia voce: insomma deve imparare a conoscermi. Se me la faccio condur qui subito, vedendo un viso nuovo e trovandosi in una casa nuova, resta in sospetto e invece di prendermi in simpatia mi prende in avversione.

L'avvocato si alza: è quasi ora di andarsene. Ma prima offre un'altra sigaretta alla signora Eugenia, scherza, ride, ricomincia a farle la corte.

Il Roero, invece, sfoglia i libri, guarda i ninnoli, i gingilli, i ritratti del salottino. Molti ne riconosce, ma uno lo colpisce singolarmente. È una piccola miniatura, certo di molto pregio. La testina e il collo soltanto: una signora bellissima, bionda, delicata.

— Scusi, signora Eugenia, non è un ritratto, questa piccola miniatura? È un lavoro di fantasia? È disegnato con una finezza squisita... Quanta soavità!... Quanta dolcezza!

— È un ritratto! — Risponde la signora Eugenia vivamente.

— Un ritratto?... Davvero? Di chi?

— È la mamma! — E mentre arrossisce con gli occhi sfavillanti dal piacere, stende la mano al Roero, e gli dà una forte stretta piena di affetto, di riconoscenza: