— Sapesse! Non poteva farmi un piacere più grande! È tanto bella vero?... È proprio la mia mamma!
Strano!... Quella signora dai capelli tutti bianchi aveva detto «la mia mamma» con l'istessa espressione con la quale Lulù diceva certe volte «il mio papà!»
III.
La contessa.
— È simpatica, non è vero? — Domanda l'Olivieri all'amico, ancora sulle scale, appena usciti dal salottino della signora Eugenia.
— Simpaticissima! E per la retribuzione, per l'onorario, come si fa?... Vuol dire che ci penserai tu; combinerai tu, a mio nome.
— Ci sarà poco da pensare e da combinare. La signora Eugenia, con me, ha già parlato chiaro. «Sono contentissima di poter fare anch'io un po' di bene, di poter essere un po' di mamma per questa bambina così sola; ma intendiamoci; nient'altro che questo! Ormai sono milionaria: non fò più la maestra.»
Il Roero scrolla il capo:
— Allora... è un impiccio, una seccatura! Quella signora non vuol accettar regali perchè non può ricambiarli, e pretenderebbe che io quasi scroccassi da lei il suo tempo e le sue lezioni!
— Non inquietarti; potremo mettere d'accordo la sua fierezza e la tua. Io la chiamo, scherzando, la calamita dei vedovi! Ha sempre d'intorno un paio di vedove o di vedovi di famiglie decadute, disgraziatissimi, ammalatissimi, con numerosissima prole tutta piccolissima, pieni d'appetito e di pudibonda timidezza: ebbene, fisserai, le darai una sommetta mensile per i suoi vedovi. Essa capirà, accetterà lo stesso, e li spenderà tutti, te lo assicuro!