— Non voglio più mettere i piedi in casa Arcolei; ma ho l'obbligo di salvare almeno certe apparenze.
— Naturalmente!
— Oggi, sarebbe il suo giorno di ricevimento; ma invece oggi non c'è, perchè è di turno all'ospedale. È nella Commissione delle dame visitatrici. Io, per altro, non sono obbligato a saperlo: vado, non la trovo e lascio il mio biglietto. Un altro giorno, invece dell'ospedale, ci sarà la visita a qualche asilo, oppure seduta al Consiglio direttivo delle Piccole Suore, o la conferenza di monsignor Flamberti al Sacro Cuore: torno, e le lascio un altro biglietto. Andrò qualche sera, quando sono ben sicuro che è a teatro, e appena mi fosse possibile di affidare Lulù alla signora Eugenia, vado a finire l'Arianna a Bordighera o a Mentone. Va bene così?
— Va benissimo; ma, per altro, fa tutto ciò che vuoi fare, senza pensarci troppo. E adesso?... Io devo andare in tribunale, e tu?
— A casa, a far colazione. Ma prima vieni con me a prendere una bambola. Titi ormai è tutta rotta, sudicia. E pensa che certe volte mi tocca anche di baciarla! Sai dove si vendono le bambole, quelle proprio belle, ben vestite?
— Dalla Bellotti, sotto la Galleria. Ne ho presa una a Natale per una mia nipotina; ha fatto furori!
Il Roero compera una bambola magnifica; la più bella che ha la Bellotti. È una bambola elegantissima, vestita color celeste, con un gran cappellone celeste, abbigliata, pettinata, messa in tutto punto, proprio come una vera signora. Il Roero l'ha scelta apposta con gli occhi nerissimi, coi capelli nerissimi e con la piccola testina rotonda come Lulù.
— Così, — dice sorridendo all'Olivieri, — farò felice quel demonietto! Lulù, per oggi almeno, sarà tutto il giorno occupata colla sua bambola, mi lascierà in pace e si metterà di buon umore per quando verrà la signora Eugenia.