— Cattivo... quello là!
— Ma si dice quello là, al signor Francesco? — La Luisa non può tenersi dal ridere.
— Brutta conteccia! — Continua a bisbigliare la bambina, ma adesso l'espressione del viso non corrisponde più alle parole. La guarda cogli occhi incantati, si arrischia, comincia a toccarla... le tocca, le tira un ricciolo di capelli. — Sono proprio capelli veri! Allora Lulù va in estasi; salta sul canapè, prende in braccio la bambola e vuol levarle subito il cappellino.
— Mia... conteccia!
— Sì; è tua.
— Porto cagia mia.
— Sì, puoi portarla a casa tua, puoi portarla dove vuoi!
Lulù si stringe la bambola contro il petto e le imprime un gran bacio sulla faccettina di biscuit in segno di riconciliazione e di amicizia, ma più ancora in segno di conquista, di possesso, e subito scivola giù del canapè, sempre colla sua puppattola ben stretta fra le braccia, attraversa trotterellando il salottino e corre nello studio a cacciarsi sotto la scrivania dove ha la sua seggiolina e c'è il lettino, il carrettino di Titi, dove ha la cagia sua e dove la signora Eugenia quando viene verso le quattro, come ha promesso, la trova ancora tutta intenta e occupata colla sua conteccia.
La signora Eugenia, appena entra nello studio accompagnata dal Roero, va direttamente verso la scrivania, e curvandosi per avvicinarsi a Lulù e sorridendo, si mette subito a discorrere come se già si fossero conosciute da un pezzo.
— Son venuta per vedere se quella signorina lì, — e indica la puppattola, — sa ben contenersi, se è savia, oppure se fa capricci.