— Pranzeremo insieme, e rideremo. Gli racconterò tutto. Anche la fuga di Emanuele secondo e di Carlo terzo!
Al Martini l'avvocato non c'è. Non è a Milano; è andato a Roma per una causa.
Il Roero non si arrabbia, perchè assolutamente non vuol arrabbiarsi. Ride e scherza colla padrona del caffè, involandole un mazzolino di mughetti ch'era sul banco fra una scatola di mostarda e il piatto del formaggio. Tracanna d'un sorso un doppio bitter con doppio cognac per mettersi appetito, poi va un momento al Cova per vedere chi c'è.
Il gran salone è affollato. Scorge un tavolino d'amici, ci va, e sempre parlando forte, sghignazzando per mostrarsi allegrissimo, siede ed ordina il pranzo.
— Ostriche, prima di tutto! Due dozzine! Ho un appetito fenomenale!
Non vuol più pranzare a casa. È molto più divertente pranzare al caffè, cogli amici che si possono cambiare tutti i giorni. È di buonissimo umore, sta benone, ma fuori di casa. L'idea di trovarsi solo nel suo quartiere, in camera sua, gli fa quasi spavento! È allegrissimo, ma per stare allegro ha bisogno di luce, di gran luce, di tutto quel mare di luce. Ha bisogno di trovarsi lì, sempre lì, in mezzo al moto, al frastuono, alla gente.
Dopo ingoiate le ostriche, ordina i piatti più straordinari, li assaggia appena, trova la cucina pessima, strapazza il cameriere, il direttore, e continua a bere. Dopo il Capri colle ostriche, una bottiglia di Gattinara.
— Ma come mai, — continua intanto a pensare, — fra tanta gente, non salta fuori il nome di donna Stefania e del suo bel belée? Mi credono addolorato, in lutto? Ma se invece sono felicissimo! Sono pieno di riconoscenza per il Parodi! Lo abbraccierei anch'io... quel bel belée!
Il Roero avrebbe abbracciato il Parodi, l'Estensi, il Faraggiola, tutti quanti! Uno solo avrebbe invece voluto strozzare: il marito; don Giulio.
— Che bestia! non è permesso di essere così bestia!