— Vada a dormire, vada subito a letto! — Ripete la signora Eugenia. — Non c'è da inquietarsi, glielo assicuro. Dev'essere stata, come ha detto anche il dottore, una febbre effimera. Sono così frequenti nei bambini!... Sono stata un po' inquieta anche per colpa sua, non vedendola comparire, ma Giovanni m'ha subito tranquillata. M'ha detto che lo fa tante volte, di ordinare il pranzo, e poi di non tornare a casa!... Adesso, da bravo, vada a letto subito subito! Ha la cera così stanca!...

La signora Eugenia si avvicina di più, lo fissa attentamente, gli tocca i polsi, la fronte...

— Vada a letto, subito, subito!

La voce della signora Eugenia è carezzevole, penetrante; è una mamma col suo figliuolo.

— Già sicuro... — balbetta l'altro pallido, sfatto, i capelli ritti, guardandosi attorno trasognato. — Già, sicuro... Sono stato a cercare l'Olivieri... Non l'ho trovato... son rimasto fuori... ho pranzato al Cova.

— Il signor avvocato è andato a Roma e resterà a Roma per un paio di settimane.

— Ah!... Un paio di settimane?... A Roma?

— Ha una causa importantissima. Così mi ha detto ieri sera, quando è stato a salutarmi.

— A salutarla? C'è stato!... Poteva ben venire a salutare anche me!

— Sì... voleva farlo; ma poi non ha osato.