— Non ha osato? Come non ha osato?

— «Francesco,» il signor avvocato ha detto proprio così, «non è più lo stesso con me! Adesso non ha più nessuna confidenza; mi sono accorto che cerca anche di schivarmi.» Gli occhi della signora Eugenia continuano a sorridere, ma argutamente, con un po' di malizia.

In quegli occhi, in quello sguardo sembra al Roero di leggere un nome, il nome di Stefania; si alza torvo, minaccioso:

— Ma lei..... anche lei, che cosa crede?..... Vivaddio, che cosa crede?

E tutta la rabbia, la gelosia, le angosce che lo soffocano, che gli strozzano la gola, prorompono finalmente in uno sfogo di collera e di dolore.

— Perchè ride?... Sì, ride, ride, ha riso!... Ride di me come l'Olivieri, come tutto il mondo, perchè anche lei mi crede uno stupido, un vigliacco!

— Signor Francesco! Per amor di Dio! Non gridi così forte!... Lulù... di là... dorme! — La signora Eugenia fa presto a chiudere gli usci e a calare le portiere, perchè la bimba non abbia a svegliarsi, e perchè la Luisa non possa udire e ascoltare.

Ma l'altro è ormai fuori di sè, cammina su e giù, dà calci alle sedie, a tutto ciò che gli capita tra piedi.

— Voglio gridare! Sono padrone di gridare! Sono in casa mia! Sono padrone io! E voglio sapere da lei, signora, subito, voglio sapere perchè ride, voglio sapere che cosa crede e che cosa le ha raccontato l'Olivieri. È stato sincero, almeno? È stato proprio sincero? Le ha raccontato che anche lui è stato innamorato pazzo di quella donna?... Sì, sì! Pazzo, pazzo! Anche lui, pazzo come me, innamorato come me, perchè non sono io solo il ridicolo, lo stupido, e il vile... — Uno scoppio di lacrime gli rompe la voce e la parola e si butta disteso, bocconi sul canapè, continuando a piangere dirottamente.

— Mio Dio! Mio Dio! Povero signor Francesco! Signor Francesco! — Esclama la signora Eugenia, pallida a sua volta, tutta tremante, correndogli vicino per calmarlo, per reggergli la testa, per levarlo su diritto sul canapè.