— Non vuoi le mie rose, tesoro?... Non le vuoi da me? No?... Ma da lui, sì, le prenderai, non è vero?... — E Stefania ride vittoriosa, dando le sue rose al Roero, che tenendo con una mano Lulù, e i fiori coll'altra, confuso, impacciato, non vedendo più che quella camicetta che palpita e si gonfia, quelle labbra rosse, quei denti bianchi e tutto quel biondo, risponde colla voce rotta;

— È una selvaggia... Una piccola selvaggia. Da brava, Lulù, ringrazia... ringrazia la signora...

— Andavate in giù? — Domanda Stefania, indicando con una mano il Corso verso San Carlo.

— Andavo... dal Ferrario.

— Allora accompagnatemi all'hôtel; sono alla Ville.

Francesco non dice una parola, si volta, per ceder la dritta a Stefania e la segue macchinalmente, facendo sgambettare Lulù, tirandosela dietro con forza.

— Sono stanca io... — borbotta la bimba sottovoce, imbronciata; ma nessuno l'ascolta.

Stefania, mentre risponde affabile, graziosa, ai saluti e alle scappellate che riceve, spiega a Francesco, sempre fissandolo negli occhi, le labbra mobili, umide, i denti scintillanti, le nari frementi, come mai, invece che a casa sua, è andata all'albergo.

— Sono arrivata stamattina, prestissimo, con Giulio, e la nostra casa è piena di operai. Mettiamo i caloriferi e cambio tutta la mia sala; vedrete! Si riparte subito, oggi stesso, per ora di pranzo! Carletto e Manòlo sono a Borgoprimo; non volevano lasciarmi partire! Sono furenti!... Quei nostri amici, invecchiando, diventano tiranni più che mai. Ma abbiamo dovuto fare questa corsa a Milano assolutamente. Giulio, oggi, ha una seduta della Giunta ed io ho una infinità di commissioni e di ordinazioni per i miei sposi...

— I suoi sposi? — Pensa Francesco, e la guarda stupito.