La voce di Francesco è rauca, rotta, tremante.... la bella voce di Stefania continua invece dolcissima, chiara anche fra le lacrime.

— Non volevo più rivedervi! Capivo che non sarei stata più sicura di me e volevo serbare, chiusa nell'anima, tutta la mia poesia! Rivedervi? E poi?... Non avevo niente da dirvi perchè vi avevo perdonato; non avevo niente da chiedervi perchè mi avevate dimenticata! E ciò è stato possibile, e l'anima ha vinto finchè siamo rimasti lontani l'una dall'altro... Ma poi, stamattina, appena mi siete apparso, addio fierezza, dignità, proponimenti, giuramenti... Adesso andate, andate... vi prego... andate via!

— Ah no, questo no, no! — Risponde il Roero pallidissimo, torvo in viso, afferrandola minaccioso per un braccio.

Stefania, coi muscoli che diventano d'acciaio sotto la pelle morbida di raso, si scioglie ancora, lo respinge lontano e indicandogli l'uscio chiuso, bisbiglia sottovoce:

— Lulù!... Di là c'è Lulù!

— Allora?

Stefania lo guarda e promette cogli occhi prima di rispondere:

— Passate con un brum dalle Grazie... alle due. Mi prenderete con voi, mi terrete con voi, dove volete, fino a stasera... — Subito si asciuga gli occhi, si aggiusta i capelli, corre nel salottino e di nuovo scoppia in una gran risata avvicinandosi a Lulù.

— Che cosa hai fatto, carina?... Ma che cosa hai fatto?

Lulù era sempre ritta, immobile al suo posto, sempre imbronciata, appoggiata di fianco al canapè: tutti i dolci erano stati buttati, sparsi per terra, la scatola rotta, le rose strappate e peste.