Francesco febbricitante, scomposto, cogli occhi stravolti, non guarda Lulù, non la vede nemmeno: l'afferra per una manina e la trascina via precipitosamente, quasi di corsa, facendosela trottar dietro col gran cappellone rosa tutto di traverso.

IV.
I fiori secchi.

Com'è bella, benedetta d'aria e di sole, quella giornata di maggio!

Oh il sole! Il sole!

La signora Eugenia è ferma all'ingresso del cimitero, e sotto la volta del Famedio, sempre un po' nella pen'ombra, le si offre dinanzi la grande distesa tutta verde e fiorita delle aiuole, colle innumerevoli chiazze candide dei marmi e le fiamme d'oro dei bronzi sotto la gran luce del sole... E il palpito di quella luce, di quel colore, di quel tepore, rompe il gelo e dissolve l'angustia e l'orrore delle tombe.

La signora Eugenia ha già negli occhi la cara effige circondata di fiori e quei sepolcri non le fanno nè sgomento nè tristezza.

Anche dopo si vive, e l'amore e il ricordo non ci lasciano mai soli!... Lei anche dopo, avrebbe avuto i fiori e la compagnia di Lulù...

— Cara!... — E sorride pensando a Lulù, pensando al signor Francesco. — Verranno qui insieme, qualche volta, a trovarmi.

La lunga passeggiata da casa al cimitero non l'ha stancata, anzi le ha infuso nuovo vigore. Il sorriso negli occhi, le labbra socchiuse, alacre il corpo, lo spirito lieto e il pensiero sereno, ella respira quell'aria leggera sottile che spazza via ogni nube e gode di quel sole, di tutto quel sole che la illumina e la riscalda e che fa salire su, dal fondo dell'anima, gli ardori, i fremiti dell'ultima gioventù. E prima di scendere i noti gradini, si ferma ancor un istante, diritta, alta, bella, nel semplice abito nero, a contemplare lo spazio immenso: e inconsapevolmente lo sguardo non scorge più dinanzi a sè una gran distesa di morti, ma al pari del pensiero, si volge verso l'alto, verso l'azzurro, tutto purezze, speranze, promesse...