Anche l'ultima speranza è perduta; l'hanno proprio dimenticata! Infila di furia la scala, e quando è dentro, nella sua camera, sola, l'agitazione nervosa, la fatica, il dolore la vincono, vuol frenarsi, non può... e dà in uno schianto di lacrime.

È un dolore, un affanno, un'angoscia una desolazione, un gran vuoto d'intorno a sè, dentro di sè, ch'ella sente e soffre senza fermarsi a pensare, senza rendersene conto.

Così, per più d'un'ora, la signora Eugenia continua a piangere, buttata attraverso il suo lettino modesto e semplice sotto la coltre candida; sempre quello, ancora il lettino della povera maestrina.

Verso le cinque soltanto, il campanello della scala dà un piccolo suono discreto... La signora Eugenia alza la faccia verso l'uscio, pensa un istante, poi bisbiglia tra sè: — Sarà la Gentilina! — E va lentamente ad aprire.

È proprio la vecchia donnetta di servizio, che viene come di consueto a prepararle il desinare.

— Ancora col cappellino, signora padrona?... Ancora vestita?

— Già!... Sicuro!... — La signora Eugenia è maravigliata lei stessa d'essere ancora vestita e col cappellino. — Sono appena... Ero di là!... — Non sa mentire e non aggiunge altro.

— Ma che cera! Che brutta cera! — Continua la Gentilina osservandola... — Si sente poco bene?

— Mi sono stancata, mi sono buttata un po' sul letto.

E diventa rossa, si confonde. Perchè quel turbamento? Perchè sente che quel suo dolore deve nasconderlo, che non può confidarlo ad alcuno?... Subito si sforza per ridere ed esclama con uno scatto nervoso nella voce: