— Comanda altro, signora?

— No, grazie.

La Gentilina, come al solito, se ne va.

Seduta sola dinanzi al suo desinaretto, la signora Eugenia ritorna pallidissima e triste. Si può comandare alle lacrime, al cuore fino a un certo punto, ma non allo stomaco. Si prova, vorrebbe mangiare a tutti i costi, ma non può cacciar giù un boccone.

— E... e per poter trovare una scusa, scrivere un bigliettino e non andare stasera da... da Lulù?

Ci pensa, ci ripensa; che gran sollievo, per lei, buttarsi in letto, spegner subito il lume e dormire, dormire fino a domani! Che riposo, rimaner sola nel silenzio, all'oscuro! Ma finisce scrollando la testa e mormorando:

— No, no; è impossibile! Sarebbe la prima volta che manco all'ora del caffè, che non vado a mettere a letto Lulù!... Proprio oggi... che non ho avuto i fiori. No! No! Bisogna andare!... E poi, a qualunque costo, bisogna serbare gli stessi rapporti, la solita intimità col signor Francesco. Per Lulù... e per i miei poveri: se io sono una vecchia matta, i miei poveri non ne devono soffrire. I miei poveri, che vivono della carità del signor Francesco e che lo benedicono senza neppure conoscerlo! Questo è il vero sentimento di carità; far il bene per il bene, di nascosto... dare con tanta nobiltà e con tanta delicatezza... celare perfin la mano... La vera carità dev'essere proprio intelligente. Non basta avere un gran cuore, bisogna avere un gran talento come il signor Francesco per poter...

La signora Eugenia si arresta... e sospirando arresta il corso dei suoi pensieri.

— Andiamo! È tardi! Bisogna andare! Così anche se è successo qualche cosa stamattina, lo saprò. A quest'ora ci sarà già il signor Olivieri. — L'idea di non trovar solo il signor Francesco la conforta nella sua improvvisa e strana timidezza; ma poi, pensando all'Olivieri, rammenta il discorso che egli le ha fatto qualche giorno innanzi, e un lampo le attraversa la mente e rischiara ogni suo dubbio:

— Quella donna! È arrivata quella donna! C'è di mezzo quella donna!