... È proprio così; e non parliamone più.
Quand'è così, sono inutili le discussioni, anzi sono pericolosissime e io non desidero farne assolutamente. Per questo, appunto, invece di farti venire a Lodignola, ho preferito scriverti.
Tu per indurmi a cambiar strada, per ammonirmi, per rimproverarmi non potresti dirmi niente che già non mi sia detto anch'io. Ho fatto io per il primo l'esame di me stesso e del mio stato. Ascoltami bene: io non amo quella donna, non stimo quella donna, ma mi piace, ne sono geloso e ne ho paura. Sono debole di cuore e di carattere e ti riassumo la mia condizione presente e la mia vita avvenire in questo: ho finito di fare a mio modo.
Caro amico, nel giudicarmi vi siete tutti sbagliati: e per un momento mi sono sbagliato anch'io credendomi diverso.
Oh le mie aspirazioni alla giustizia, alle riforme, a un nuovo avvenire! Oh tutto il mio lavoro, la mia resistenza al lavoro, la mia fantasia, la mia febbrile attività. Ci siamo tutti sbagliati... ed io più di tutti. Ciò che la buona signora Eugenia, nel facile entusiasmo del suo cuore espansivo, chiamava genio non era altro che una sovrabbondanza di sangue che eccitava il mio cervello. La mia stessa intelligenza, colla sua feconda esuberanza di idee... non era altro che un fatto fisiologico semplicissimo, dovuto all'economia dell'organismo, ad un risparmio anormale di forze. Oggi, cessata la causa, è cessato il fenomeno. Oggi l'esuberanza di fantasia, l'attività, il genio... — addio, mio caro! — Oggi sento che stenterei un'intera giornata per riuscire a scrivere una pagina, per afferrare un'idea... e che penerei un'ora per scegliere un aggettivo.
Concludendo: nessun rimpianto e, soprattutto, nessun rimprovero. Era legge fatale che un giorno o l'altro io dovessi ritornare quello che sono in realtà. È per legge fatale che ogni uomo ha nella vita la donna che si merita ed io ho meritato e merito, appunto, di aver finito di fare a mio modo. Per quanto la signora Eugenia abbia decantato i miei meriti morali, per quanto mi abbia fatto benedire e ribenedire da tutti i suoi vedovi e le sue vedove, io non sono altro che uno scettico dal cuor tenero: penso che il mondo gira e non cammina, e per ciò è meglio lasciarlo girare come vuole, chè, tanto, ritornerà sempre a rifare la stessa strada... e sento che voglio bene ancora a troppe persone, essendomi ormai ridotto per la mia debolezza a non dover fare altro che la felicità e la volontà di una sola.
Questo è il mio testamento morale che ti affido sul punto di passare a nuova vita. Quando avremo occasione di rivederci, lo desidero e te ne prego, non parleremo altro che de' miei affari e, occorrendo, verrò io a cercarti al tuo studio.
Hai già la mia procura. Il mio ragioniere, tutta la mia gente hanno l'ordine di rivolgersi a te, di consigliarsi con te, di dipendere da te, come prima.
E a te pure rimane la tutela degli interessi di Lulù, che desidero sempre affidata alla signora Eugenia.
A Lulù ho assegnato un piccolo capitale, ottantamila lire: questo capitale è già investito in altrettanta rendita intestata al nome di Elena Maria Savoldi. Alla signora Eugenia consegnerai inoltre trecento lire al mese per tutto il mantenimento e l'educazione di Lulù. In fine, da oggi, metto a piena disposizione della signora Eugenia e di Lulù la vecchia casa di Lodignola, dove io sono nato e che fu da me abitata con mio padre, prima che mio padre fabbricasse la nostra villa.