Quando cominciò a susurrare in lei il primo canto della bella poesia della vita?... Ella non ricorda, non sa. Forse per lei si schiusero insieme la vita e l'amore.

Saper voler bene non è da tutti; anzi, è rarissima dote: e la signorina Elena sa voler bene. Ella ricambia la grande tenerezza, l'adorazione della signora Eugenia; sente amicizia, affetto, gratitudine per l'avvocato Olivieri, ma il suo bene per il signor Francesco è tutt'altra cosa: è poesia. La poesia che trasfonde luce e colore in chi è amato, che lo esalta, che lo innalza su su, fino al settimo cielo.

Non lo vedeva mai! Erano anni ch'ella non vedeva più il signor Francesco Roero e però la sola immagine che rimaneva sempre fissa in lei era quella del signore elegante, di dieci anni addietro; egli restava sempre anche per la signorina Elena il «Cochi bello» di Lulù!

E quante volte la mattina, appena alzata e aperta la finestra, ella rimane ritta, immobile appoggiata al davanzale, cogli occhi fissi laggiù, in mezzo al piano verde del parco dove si adagia la villa Roero, tutta chiusa, abbandonata dal suo padrone.... E quante volte interrompe quella sua contemplazione con un sospiro e un fremito, e passandovi adagio la mano sotto i capelli, sulla nuca, risente ancora la carezza morbida dei baffi odorosi e il calore del bacio. E come rimane in lei ancora evidente, viva l'ultima impressione, quella dell'hôtel de la Ville! Cochi, il suo «Cochi bello», le era stato portato via da quella cattiva signora alta e bionda.... la nemica sua. Sì, adesso aveva saputo tutto, un po' dalla mammetta, un po' dall'avvocato.

La nemica sua, perchè anche la baronessa Arcolei era di quella gente contro la quale il suo povero papà si era scagliato in battaglia e aveva persa la vita!

A questo pensiero, mentre Elena fissa la villa abbandonata, e dove soli i due grossi cani rossicci gironzolano lenti, dinoccolati, col muso basso, il suo cuore si stringe dolorosamente, e i suoi occhi si riempiono di lacrime. È malinconico l'aspetto di quella villa.... e deve essere ben malinconico anche il suo padrone! Tutta così chiusa, quella villa le sembra una prigione e lei pensa che anche il signor Francesco, il suo Cochi, è prigioniero, schiavo di quella donna cattiva, alta e bionda. No, no, lui non poteva essere felice! Era lontano dalla sua felicità; soltanto lì con loro, lì, in mezzo a loro, adorato da tutti loro e amato da lei, soltanto lì, egli sarebbe stato felice! Ed Elena, ripensando ai tempi in cui era Lulù, ripeteva sorridendo come Lulù:

— Io ti sposo!

Oh che gioia se avesse potuto vedere per un sol giorno aperte, spalancate le finestre di quella villa! L'opprimevano quelle finestre sbarrate, quel silenzio dell'abbandono!

Non aveva più veduto il signor Francesco da due o tre anni. Prima, a Milano lo vedeva, qualche volta, ma assai di rado.

Ella però gli scriveva a Natale, al suo giorno, due o tre volte nell'anno. Ma che lettere insipide! Ciò che ella gli avrebbe voluto dire: «venga» o «vieni», «torna» o «torni», non glielo poteva scrivere dunque.... Dunque non erano lettere! Faceva un bel componimento, col suo più bel caratterino, da sottoporre all'approvazione della signora Eugenia, ed all'ammirazione dell'avvocato Olivieri.