— L'avvocato! L'avvocato! — Elena corre alla finestra a vedere e poi si volta verso la signora Eugenia: — È proprio l'avvocato! Faremo giudicare dall'avvocato!
— Brava! Un altro famosissimo per darti torto! — La signora Eugenia sorride colla sua ironia bonaria, chiude nel tiretto della scrivania i libri dei conti e si alza per andare anche lei alla finestra a salutare l'Olivieri.
— Ben arrivato! Bravo! È stato di parola! Lo si aspettava a pranzo!
L'avvocato che sta per scendere dal legnetto alza gli occhi verso la finestra, levandosi il cappello.
— Non ho ragione? — Gli domanda Elena ad alta voce. — Non è vero che per farsi amare bisogna farsi desiderare?
— Oh, ci vogliono tante cose per farsi amare!
L'Olivieri, che al primo vedere la fanciulla aveva sorriso, torna serio a queste parole e quasi imbronciato, scende pesantemente dalla carrozza. Non ha ancora quarant'anni, ma è molto invecchiato. È troppo grasso, colle spalle incurvate, comincia a diventar calvo, ha la barba folta, rotonda, brizzolata.
Sono corse tutte giù per incontrarlo e fargli festa, ed anche la Luisa per prender la valigia e l'altra roba.
Corre per staccare il cavallo anche Nicodemo, un ometto ancora rubizzo, l'ortolano, il giardiniere, il cocchiere, ed anche il servitore della casa vecchia.
È una folata di voci allegre, di risa, di saluti, che circonda l'Olivieri, mentre egli leva dalla carrozza prima i pacchi e i pacchettini inerenti alle commissioni eseguite a Milano, poi le ceste e le scatolette dei regali che l'avvocato porta alle signore.