— Guardi, signor Francesco!... Il piccolo canapè e la piccola poltrona della contessa!
Francesco guarda... e continua a pensare:
— Potrei avere anch'io una famiglia... l'affetto, il conforto, la tenerezza e le compiacenze vere, serene, oneste della casa... Una donna mia... soltanto mia. Potrei avere un amore di figliuola, una figliuola così buona, così bella...
— Signor Francesco!...
— Cara!
— Guardi!... La povera Titi.
Elena ride, ride, ride... È tutta la sua fanciullezza innocente, il suo ardore spensierato, la contentezza del suo cuore felice e del suo sangue sano, che allegramente le scoppiettano sulle labbra.
Francesco ne è rapito, incantato, ma poi a poco a poco la bianca, la casta figura sparisce... Un'altra immagine gli si presenta dinanzi... severa in quel punto, quasi arcigna.... È una biondezza opaca e giallognola, è un sorriso ironico e imperioso, è una voce interna che gli ripete: — Eccola... questa è la tua! Ogni uomo ha la donna che si merita!
La signora Eugenia lo osserva un po' inquieta: il Roero sente quello sguardo e si scuote con una risata:
— Proprio così! Mah!... È proprio così! — Poi a un tratto non ride più, sorride soltanto. — Ognuno di questi giocattoli, quanti ricordi, quante memorie porta con sè! Allora ero giovine anch'io, quasi quanto Lulù..... almeno nelle illusioni! E il mio «genio», buona signora, si ricorda?... Il grand'uomo dell'avvenire! Sono diventato appena appena, un mezzo grand'uomo a Lodignola... e per merito suo e del buon Olivieri.