Alle cavalcate succedono adesso le scarrozzate. Egli stesso guida i due cavalli del brèc, e con una scusa o coll'altra, passa sempre dalla Casa Vecchia a prendere anche le signore. Una sera, appunto, Francesco ed Elena hanno combinato, insieme alla signora Eugenia, una grande trottata per la mattina dopo fino a Valpiana, dove ci sono da visitare i lavori di un nuovo ponte sul Lambro.

Il brèc deve trovarsi alla Casa Vecchia per le otto e mezzo, e alle otto in punto aspetta già nel cortile dinanzi alla villa. Anche Francesco scende quasi subito: dà un'occhiata ai cavalli, scambia qualche parola col cocchiere e sta già per montare a cassetta, quando vede entrare dal cancello il fattorino del telegrafo.

— Ci siamo! — Borbotta rannuvolandosi. Apre in fretta il dispaccio, legge e fa un atto di stizza:

«Vado a Milano per poche ore: vi aspetto in casa verso mezzogiorno».

— Eh, già! — sospira — una volta o l'altra mi doveva capitare!

Fa due o tre passi per uscire, per correre alla Casa Vecchia a portare quella notizia, poi subito si ferma:

— Ed Elena?.... Se mi domanda dove vado?... Perchè vado via?...

Non gli regge l'animo di tornare lassù, di rivedere Elena, di salutarla, chi sa per quanto tempo!

— Chi può mai indovinare i nuovi progetti e i quarti di luna della baronessa?

Scrive in fretta due righe alla signora Eugenia scusandosi «per dover rimandare la gita ad un altro giorno» e colla stessa carrozza già attaccata, sbuffando e brontolando, parte per Milano.