— Ho fatto molte cose. Anch'io ho voluto dare un'occhiata alla mia amministrazione; ho sistemato un po' le mie faccende.
— E a proposito, la pupilla? La cara orfanella? Sentiamo un po': vi vedevate spesso?
Francesco sembra distratto: si diverte a spingere più in alto il fumo della sigaretta.
— Mi sono informata, a suo tempo: non dubitare! — Donna Stefania stringe le labbra con una smorfietta sprezzante. — So, so; mi hanno detto: è diventata una nanerottola qualunque. È per questo che ti ho lasciato tranquillo a Lodignola.
Donna Stefania dà una languida occhiata al Roero appoggiandosi al canapè, allungandosi, stirandosi con stanca mollezza e agitando i piedini agili, nervosi che spuntano tra le sottane come i pistilli tra le foglie d'un fiore. Cerca la mano del Roero che non si muove, ma ad un tratto le sue pupille si fermano attente fissando l'uscio: ha un lampo, e una ruga le incide la fronte. Ella ha sentito camminare nell'altra stanza... Il passo si avvicina, e sulla soglia si presenta un giovinotto pallido in viso, gli occhi torvi. Donna Stefania s'è già alzata di scatto, allo schiudersi dei battenti.
— Ebbene, signor Enrico? Ha trovata la sarta? L'ha accompagnata come le ho ordinato? — La baronessa si frena a stento, il suo tono è aspro, imperioso.
— È di là, — risponde il giovinotto, esso pure con voce alterata e lanciando verso la baronessa uno sguardo di collera e di gelosia.
Il Roero non vede niente; pensa solo ad andarsene. Va a prendere, con aria diplomatica, il cappello, il bastone e ringrazia in cuor suo il nuovo arrivato che gli rende più facile il peggior passo... che nel suo caso è proprio quello dell'uscio.
— Baronessa, coraggio e... non dimenticate troppo gli amici.
— Come? Andate già? Così presto?...