— Adesso è nello studio col suo babbo; è di aiuto al suo babbo, e qualche volta, quando vengo a Milano, mi fa da cavaliere.

Donna Stefania sorride, rivolgendosi al giovinotto, con tutta la graziosa compostezza di una gran dama, sempre amabilissima, pur conservando le debite distanze.

— Poveretto! Deve aver messa a ben dura prova la sua pazienza!... Dica la verità? L'ho fatto correre su e giù tutta la mattina, abusando in modo indegno del suo tempo e della sua gentilezza!

Il signor Enrichetto si mostra pochissimo disinvolto. Resta lì duro, impalato; non risponde e non si muove. La baronessa e il Roero devono salutarsi dinanzi a quel tanghero che non capisce nemmeno di dover voltarsi un momento... a guardare i quadri.

— Donna Stefania, fate buon viaggio, e abbiate cura di non strapazzarvi troppo. Oggi stesso, scriverò a Carletto e a Manòlo.

— No, no! O all'uno o all'altro! Una lettera sola... per tutti e due!

— Da buoni fratelli!

— E ricordatevi, questo poi mi preme di più. Voglio conoscere minutamente i vostri progetti di viaggio. La Svizzera, sta bene; ma andrete proprio a Zermatt?

— Probabilissimo.

— Dovete scrivermi ancora prima di partire, e poi subito appena arrivato.