— Come l'ho dichiarato in casa mia, lo dico anche a lei: ho bisogno di lavorare, ma non sono nato per servire. Le ho portato la chiave del mio scrittoio: registri, note, conti, troverà tutto in regola. Occorrendole, al caso, qualche schiarimento, mi mandi a chiamare. Verrò subito qui, al suo studio. Il mio indirizzo è via Lentasio, 37. Ormai non torno più a Lodignola. Sto a Milano, a lavorare... perchè a Milano c'è molto da lavorare per tutti e in tutti i modi. Servitor suo.
Egli fa per andarsene, ma l'altro lo trattiene per un braccio, guardandolo bene in faccia. Il giovinotto vuol tener duro... ma dopo un momento si confonde e abbassa gli occhi.
L'avvocato gli lascia andare il braccio, va a richiuder l'uscio, torna alla scrivania e siede.
— Permetta una parola prima di andarsene così.... S'accomodi.
Il Nino Moro, diritto in piedi dinanzi alla scrivania, rigira fra le dita nervose la larga tesa del cappello a cencio.
— Si accomodi.
Il giovine siede, accavallando una gamba sull'altra, per mostrarsi indifferente e sicuro.
— Mi dica un po' che cosa vuol fare e in che modo intende di lavorare?
— Scusi.... I conti che io devo rendere a lei, gliel'ho detto: sono a Lodignola, nello scrittoio, e le ho data la chiave.
— Sta bene, quelli sono i conti che mi deve rendere.... il mio dipendente, o se le accomoda meglio, il dipendente del signor Roero, prima di lasciare il servizio e la casa. Guarderò, e non dubito, saranno in piena regola. Ma ci sono ben altri conti da regolare fra me e lei, i conti che un uomo di cuore e un vero galantuomo deve sempre poter rendere al suo benefattore.