Nel salottino, tenuto mezzo al buio dai grandi e fitti paralumi, spiccano accanto al caminetto i bianchi sparati del conte Faraggiola e del marchese Estensi, cioè di Carletto e di Manòlo, come i due testi classici della moda sono chiamati familiarmente alla corte di Stefania e nelle altre corti amiche. Don Giulio Arcolei, in piedi, appoggiate le spalle alla caminiera, spiega loro il nuovo piano regolatore della città di Milano, messo in discussione quel giorno stesso al Consiglio comunale.

Quando il servitore alza la portiera, don Giulio si volta verso l'uscio, e veduto il Roero gli stende una mano dal suo posto, senza muoversi, e coll'altra gli accenna di non far rumore. Francesco si avanza in punta di piedi, e dopo aver stretta la mano a don Giulio, a Carletto e a Manòlo, cerca, girando gli occhi, la padrona di casa. Essa è sdraiata, tenendosi una mano sugli occhi, sopra una lunga poltrona mezzo nascosta tra la finestra e una piccola scrivania, che luccica ai riflessi della fiamma del caminetto.

— Donna Stefania non si sente bene?

Don Giulio sospira:

— La sua emicrania; ma questa sera è più forte del solito.

E continua a discorrere, sommessamente, del piano regolatore.

Francesco Roero, sempre in punta di piedi, si avvicina di alcuni passi a donna Stefania: la bella signora abbassa un momento la mano dagli occhi, sospira flebile, con un gemito, poi, allungandosi, riadagiandosi riprende il primo atteggiamento.

L'autore di Arianna intende il latino, fa un rispettoso saluto e torna indietro, riavvicinandosi agli altri tre; ma anche lì rimane estraneo alla conversazione, fuori affatto dall'orbita della intimità.

Don Giulio, che si sfoga e parla in privato a casa sua per tutto il tempo che tace in pubblico, esaurito l'argomento del piano regolatore, comincia quello non meno ripetuto della nuova esposizione nazionale. Carletto e Manòlo ascoltano attentamente, approvando muti, coi cenni del capo, e Francesco Roero, che si aspettava una sfuriata da tutta quella gente, una strapazzata da parte della Fáni, e che si era preparato a rispondere, a difendersi e, occorrendo, ad attaccare a sua volta, dapprima si sente confuso, impacciato e anche intimidito da quell'accoglienza inaspettata, da tutta quell'esagerata indifferenza, da quel silenzio diplomatico. Ma poi, l'irritazione e il suo orgoglio offeso riprendono il sopravvento. Si alza per andarsene e saluta don Giulio con voce forte e risoluta:

— Vi auguro la buona sera e vi prego di far le mie scuse a donna Stefania. Domattina, se permettete, manderò a prendere le notizie. I due personaggi muti; egli li saluta appena, freddamente, con un cenno del capo e un addio.