I tre si guardano stupiti, e don Giulio, più di tutti e tre, rimane maravigliato e quasi sconcertato da quella specie di ribellione di uno dei più sommessi adoratori di sua moglie.
— Ma come?... Non volete aspettare il tè?
— Grazie. Non sono venuto per fermarmi. Volevo soltanto presentare i miei ossequi a donna Stefania.
Si ode una vocina lontana, debolissima, che pare un lamento:
— Signor Roero!...
Il Roero ha già stretto la mano accomiatandosi da don Giulio. Sentendosi chiamare, si volta e si avvicina lentamente, inchinandosi e salutando, per prendere commiato anche dalla padrona di casa.
Don Giulio si affretta a ritornare al suo posto presso il caminetto e riprende il discorso, ma adesso a voce un po' più alta, mentre Carletto e Manòlo sembrano ascoltare con sempre crescente attenzione. Nessuno dei tre, finchè dura il colloquio tra Francesco e donna Stefania, spinge mai gli sguardi indiscreti verso l'angolo oscuro dov'è seminascosta la poltrona a sdraio.
Appena Francesco le è vicino, Stefania bisbiglia sospirando, senza muoversi, senza alzare il capo:
— Mi sono molto inquietata!... Sapete che mi fa tanto male!... Mio marito è furibondo contro di voi!... Dio mio! Ah, Dio mio!
Un lungo gemito e una lunga pausa, una forte pressione colle dita alle tempie per attutire lo spasimo.