— Ma... vengo per un minuto, un lampo e... dopo mai più! Giurate?

— Giuro.

Invece... sono le sei. Il Roero, nell'angoscia muta dell'attesa le sente battere a tutti gli orologi e perde ormai ogni speranza. È sempre in ascolto, dietro l'uscio, ma ha la faccia pallida, rabbuffata. Di solito quando non si pettina troppo e non porta i solini troppo alti è piuttosto un bel giovane e molto simpatico, ma a furia di aspettare e di arrabbiarsi è diventato perfino livido e brutto.

— Sempre bugiarda, sempre civetta e nient'altro!

Ha un impeto di collera, di rivolta, contro Stefania, contro la propria debolezza, contro la propria dabbenaggine e già si allontana dall'uscio dopo averlo sbattuto con ira, quando sente sotto l'atrio ripercuotersi il tic-tac, quel tic-tac che aspetta da un'ora.

— Cara! Cara! Mia!

E Stefania, appena dentro, lì, dietro l'uscio, si sente presa, stretta fra le braccia dell'innamorato, in quel punto reso più ardito e più ardente dalla lunga attesa, dal dubbio atroce, e dalla gioia insperata; e il viso di Stefania, il viso morbido, odoroso dal nasino rosso e diaccio sotto la veletta, è coperto, è divorato da una furia ingorda di baci.

— Che cosa fa?... Non sono i nostri patti... Mi aveva promesso...

— Ti amo! Ti amo! Ti amo!...

— La credevo un gentiluomo!... Mi sono affidata alla sua parola... d'onore... Ha giurato...