Adesso Lulù s'è abituata, dorme in camera con la Luisa; ma la mattina, appena il Roero suona per il caffè, gli portano la bimba in camiciolina sul letto, e ormai egli deve rinunciare all'ultimo pisolo e alla lettura della Lombardia e della Perseveranza per lasciarsi spettinare e pettinare e arricciare i baffi da Lulù. E tutte le mattine, immancabilmente, si ripete il solito giuoco: egli deve prendere Titi con sè, nel suo letto, sullo stesso guanciale, chiuder subito gli occhi, e finchè Lulù comanda, deve fingere di dormire profondamente accanto a Titi.

— Sonno... Titi.

— Sì, Titi ha sonno.

— Buona... Titi?

— Buonissima!

Poi, quando il Roero è nel suo studio a lavorare, Lulù mette su casa sotto la scrivania; vi apre il salotto e la sala da pranzo e fa grandi ricevimenti e grandi inviti a Titi.

— E il papà? — Domanda l'avvocato al Roero. — Comincia ad essere dimenticato?

— No! No! Ma oramai l'ho persuasa che è in viaggio, un gran viaggio, lontano, lontano! Tornerà.... dopodomani. Dopodomani per Lulù è il futuro indefinito. Quando poi fa i capricci e ricomincia ancora col «mio papà, voglio il mio papà», la fo star zitta minacciandola di condurla ad aspettare il suo papà dalla signora Carlotta. Allora — vedessi! — aggrotta le ciglia, mi pianta tanto di muso, ma non fiata più.

— Povera piccina!

I due giovani rimangono per alcuni istanti silenziosi e pensierosi.