Quella bimba, così costante nelle simpatie e nelle antipatie, che ricorda tutto, che vede tutto, alla quale non sfugge una parola, un ette, non avrebbe certo dimenticato tanto presto «il suo papà!»

Ormai, per prudenza, non bisogna più parlare di gelato rosso. Col gelato, Lulù comincia a volere anche il papà e se non si fa presto a distrarla, sono lacrime e strilli.

Anche a proposito delle scarpine nuove c'è stato un po' di pericolo, ma poi la vanità femminile ha finito per avere il sopravvento.

— Anche il mio papà, ha promesso... belle scarpine... nuove... dopodomani.

— Sì; anche il tuo papà.

— Voglio scarpine mio papà!... Scarpine mio papà! Più belle... scarpine del mio papà!

— Sì cara; molto più belle! Ma intanto queste che hai, bisogna cambiarle. Sono rotte! Sono brutte!... Guarda come sono brutte!

— Brutte... rotte... brutte... — continua a borbottare Lulù, ma docilmente allunga intanto i piedini, si lascia mettere le scarpette nuove e dopo, compiacendosene, rimane un pezzo seduta per terra a guardarle, a toccarle, a palpeggiarle, stringendo i piedini colle manucce.

Il Roero si rivolge a un tratto all'Olivieri, domandandogli:

— E la signora Eugenia, ha poi risposto?