E il giorno dopo, il mercoledì, Giordano Mari, già molto inquieto, riceve pure un'altra lettera da Milano, ma non è di Emma. L'apre in fretta e corre coll'occhio alla firma: è di Carlo Borghetti:

«Vieni subito a Milano; ma cerca il modo di farti vedere il meno possibile. Potresti smontare e rimanere all'Hôtel du Nord, che è vicinissimo alla stazione. Telegrafami con che corsa potrai arrivare. Ti porterò subito io stesso le notizie che a tutt'oggi, ti assicuro, non sono inquietanti.

«Carlo Borghetti»

XVII. Il buon dottore.

La camera di Emma: una camerettina tutta tappezzata di mezzari, allegra, ridente come un giardino in fiore. Sul piccolo tavolino, accanto al letto, molti vasettini, boccettine, scatolettine, coll'etichetta della farmacia Zambelletti.

— È il buffet che mi ha apparecchiato il buon dottore — dice Emma, sforzandosi, per far sorridere il babbo.

Dopo un momento entra il dottore, e il cavalier Venceslao se ne va quasi subito, in punta di piedi.

Da un paio di giorni, precisamente da giovedì, Emma ha fatto qualche piccolo miglioramento, e però è stato convenuto in famiglia, che il dottore, quella mattina, avrebbe ricominciato, da solo, a tastare il terreno.

Il dottore (le applica il termometro: la copre bene, fin sotto il mento: le siede accanto) Adesso... per dieci minuti... stai quietina, quietina. (Dopo un momento: mettendole il palmo della mano sulla fronte) Sempre un senso di gravezza — vero? — di peso?

Emma (con un filo di voce, rimanendo immobile) Sì; molto.