Fine della prima parte.

PARTE SECONDA.

I. Il principio della fine della luna di miele.

Il commendatore professor Giordano Mari (anche professore, perchè già prima del matrimonio aveva ottenuta la libera docenza all'Università di Bologna per un corso sulle Origini dei Comuni italiani), il commendatore professor Giordano Mari ha immaginato e proposto uno straordinario viaggio di nozze a Parigi, a Bruxelles, in Norvegia, illustrato colle visite al Lemaître; al Brunetière della Revue des Deux Mondes; allo storico Boissier; ai filosofi critici Faguet e De Roberty: poi al Brandes, allo Strindberg, all'Ibsen, e, naturalmente, al Björnson. Ma invece Emma, la timida e innamorata Emma, spaventata dall'idea degli alberghi, della gente, del rumore, ha ottenuto di passare il primo mese all'Argentera, la villa nel Varesotto, ch'essa ha ereditato da uno zio materno e che gode tutte le sue predilezioni, per esser quasi nascosta in una solitaria e fresca vallettina, in mezzo ad un magnifico bosco di quercie e di castagni.

Emma, subito, non ha osato dire apertamente che quel primo mese, almeno, avrebbe voluto passarlo nella tranquillità remota, nel gran silenzio della verzura folta, appena interrotto dal canto dell'usignolo e dal mormorìo delle acque correnti. Essa ha bensì ascoltato estatica la descrizione del viaggio interessantissimo e l'elenco di tutte le meraviglie e di tutti gli illustri da visitare, ma poi, sul punto di dover incominciare i preparativi, tremando un pochino, ed arrossendo molto, ha fatto indovinare al suo signore e padrone quel suo immenso desiderio; e il suo signore e padrone esita, riflette, si commuove e concede la grazia.

Nel cuore di Emma è sempre più viva e più profonda l'adorazione per il suo idolo. È una adorazione tutta poesia, tutto abbandono, timorosa quasi, tanto la bella fanciulla si sente piccina davanti a quel Dio gigante!

E Giordano Mari, dopo che Emma è stata gravemente ammalata per le contrarietà, le angoscie, il timore di perderlo, dopo che è guarita solo per miracolo d'amore, perchè ormai tutte le opposizioni sono state vinte, ogni ostacolo rimosso, Giordano Mari comincia ad assumere verso quella bimba innamorata un certo tono olimpico di salvatore, di protettore... e di despota. Egli si lascia adorare nella pomposa maestà del suo io magnifico, tutto lustro e profumato, tutto nuovo e fiammante, sempre nel lungo abito nero dalle falde svolazzanti. Si lascia adorare come l'Altissimo, dettando leggi e concedendo grazie.

I Dionisy, prima furenti contro di lui, poi rassegnati ad accettarlo, avevano finito col dover pregare, inviando messaggi e suppliche. Era lui, Giordano Mari, che adesso diceva di no. Per la propria dignità, per gli scrupoli della propria coscienza, pure protestandosi innamorato della ragazza, voleva partire, andare in America, non farsi vedere mai più. Insomma, non poteva, non voleva assolutamente accettare, concludere un matrimonio, che per la distanza delle due famiglie, per la ricchezza della moglie, lo avviliva nella sua fierezza d'uomo, nella sua delicatezza forse eccessiva, forse anche troppo sospettosa.

Il buon dottore scrive per incarico della famiglia; poi fa una corsa a Genova dove il Mari si è recato, e i più temono per imbarcarsi:

— Insomma — vero? — data, diremo, l'urgenza delle circostanze sempre più critiche, bisogna mettere da parte e in certo qual modo sacrificare, o modificare, un eccessivo amor proprio, quando ne consegue la felicità, e più specialmente la salute, già ormai compromessa, di una persona giovane, buona e che merita tutti riguardi, sicuro, tutti i sacrifici, oltre alle maggiori attenzioni (pausa: sospiro), e verso la quale si dice e si protesta di nutrire, appunto, certi sentimenti di... di devozione ed anche — vero? — di affezione.