Giordano Mari sospira profondamente, commuove il buon dottore asciugandosi una furtiva lacrima, ripete di essere innamorato, perdutamente innamorato della signorina Emma... e impone molte condizioni che, ad una ad una, vengono poi tutte accettate. Sono, invero, condizioni, come quella, per esempio, di ottenere una cattedra per potersi mantener indipendente in faccia alla moglie troppo ricca e di una gran famiglia, che potrebbero essere interpretate in due diversi modi: come esagerazione del punto d'onore, od anche, in fondo, come egoismo bello e buono; come furberia per mettersi a posto; come orgoglio, ambizione, interesse e vanità personale. Ma, adesso, per Giordano Mari spira l'aura favorevole. Se prima era di moda ingiuriarlo, calunniarlo, vilipenderlo, adesso, invece, è di moda l'esaltarlo. Qualunque cosa faccia o dica Giordano Mari, è tacitamente convenuto che dev'essere una gran bella cosa. Tutti i suoi sentimenti sono nobili, i pensieri delicati, le azioni da perfetto gentiluomo. La D'Arborio gli ha mandato all'albergo un suo manoscritto da leggere; al Club lo consultano sulla biblioteca e gli domandano, in confidenza, il valore, vero, delle pièces dell'Ibsen; la marchesa Gonzales lo invita a pranzo ogni giovedì, e donna Fanny, che è ritornata amicissima di Emma ed ha imposto a Guido Bardi «che non si parli più del Taine!», lo invita, invece, tutte le domeniche, con sua suocera e coll'onorevole.
Nella famiglia Dionisy, ormai, è tutto un entusiasmo per Giordano Mari; entusiasmo accresciuto per l'odio ancora dissimulato, ma accanito, esistente fra i Dionisy e i Sebastiani. Il cavalier Venceslao non può più suonare un pezzo della Traviata senza farlo sentire al suo futuro genero; la signora Letizia gli confida, tra i profumi, le caramelle e i misteriosi allettamenti, nel suo angolo buio, le illusioni e le delusioni di una salute troppo gracile e di un cuore troppo sensibile; e il buon dottore, che, per amore di Emma, lo veglierebbe anche di notte, pur di risparmiargli un po' d'infreddatura, sta studiando e dosando apposta, per il suo stomaco e la sua voce, un nuovo vino chinato, da bersi prima delle conferenze.
Un altro, invece, per amore di Emma, Carlo Borghetti, è andato a fare un giro in Germania. Ha provato, ma non ha potuto resistere a rimanere in quei giorni a Milano. È partito; è fuggito! Ritornerà... chi sa quando... E intanto, anche Carlo Borghetti, che, una volta lontano da Emma, sente il bisogno di avvicinarsele, continua a scrivere a Giordano Mari, mandandogli appunti, note, aggiunte, correzioni per l'Ambrogio vescovo.
Emma... Emma sola non s'è mutata. Essa lo adorava prima, il suo idolo, quand'era così mal giudicato; lo adora adesso che tutti gli rendono giustizia, e si abbandona nelle sue braccia, tutta cosa sua, come in quel primo incontro dei loro sguardi, nell'attrazione arcana della simpatia, era corsa a lui, già tutta sua, la sua anima.
E quel primo mese all'Argentera è per Emma un dolcissimo sogno, mentre per Giordano le più audaci speranze, le brame più ardenti sono diventate realtà.
In fatti, tutto ciò che egli aveva desiderato, voluto, ormai gli appartiene: la bellezza florida della vergine innamorata, appassionata, che, nel candore ingenuo e nei trasporti del primo amore, fa quasi un umile omaggio di sè stessa al suo signore; e insieme anche la bellezza fertile della villa magnifica, il giardino inglese, il bosco immenso che la circonda. Egli, finalmente, ha ottenuto, colle gioie dell'amore, anche gli agi della vita, le lunghe passeggiate con Emma pei sentierelli fioriti e solitari, complici e confidenti, i folti rami dei faggi e le spesse fronde dei cerri e dei castagni, terminano sempre ad un dato punto prestabilito, dove trovano in attesa la comoda vittoria, coi due giovani sauri, che non patiscono l'ombra.
E le sere?... Oh, le sere deliziose! Lui solo che parla, esaltandosi, vantandosi, improvvisando, mentre Emma lo ascolta fissandolo estatica, incantata, in adorazione... e al tocco, al tocco preciso delle dieci, Lorenzo, il cameriere, sempre in tutto punto nel frak irreprensibile, che entra passo passo, senza far rumore, portando il servizio splendido del the, tutto d'argento. E l'assoluta rinunzia di Emma ad ogni atto di padronanza, ad ogni diritto, su tutta la sua casa; la sua piena sommissione così nell'intimità della vita, come nell'amministrazione dei beni; e, per ciò, la deferenza del ragioniere, la soggezione del fattore, le scappellate dei contadini e il suono, così spiacevole, di quelle due parole: «signor padrone» che lo accompagnano dovunque e che, mutate nell'espressione di un sentimento più profondo, più squisito, più poetico, egli legge persino negli occhi amorosi di Emma!... Tutto ciò è per Giordano Mari la felicità; queste, sono queste le nuove gioie e i veri e sicuri godimenti dell'amore matrimoniale; e però non con Emma soltanto, ma con Emma e con tutta l'Argentera, compresi i cavalli, le carrozze, i servitori e i villani, egli passa beato i suoi giorni nella più perfetta luna di miele.
Ogni mattina, dopo un ultimo bacio all'adorata, che lascia alle cure della toeletta, scende in giardino, dove lo aspetta il suo fattore per ricevere i suoi ordini. Nel letterato, coi nuovi possedimenti, è divampata una nuova passione, quella dell'agricoltura; e col fattore gira e discute a proposito degli impianti dei vigneti e della peronospora, delle varie coltivazioni dei terreni, della segatura e del filugello, finchè Emma lo chiama lei stessa dalla finestra, a terreno, della sala da pranzo:
— Vieni? È ora di colazione!
— Brava!... Portino in tavola!... — E continua a discorrere col fattore e a farsi ammirare, spiegandogli come, per un po' di nevrastenia del suo stomaco, guadagnata col grande e continuo lavoro a tavolino, in mezzo ai libri ed alle carte ingiallite, egli non può più aspettare quando si mette a tavola. Diventa nervoso, furioso, e perciò preferisce far aspettar sua moglie per esser sicuro, quando arriva lui, di trovar tutto pronto e darci dentro, subito!