— Quasi; press'a poco. Nella seconda parte, per altro, ho detto molte cose nuove. (Con grande sicurezza) Te ne sei accorta?

Emma (lo guarda, rimane convinta e risponde di sì. Poi, dopo un momento — Carolina è sempre nell'altra stanza — corre a sedersi sulle ginocchia del trionfatore, buttandogli le braccia al collo). Come parli bene! la tua voce è una musica, un vero incanto! E come sei bello, tu solo, in alto, in mezzo alla folla muta, estatica! Io ti adoro! E come mi piaci quando fai dell'ironia; quando ridi parlando. Ridi. Ti prego, ti prego: ridi.

L'altro ride, ed Emma, finalmente, gli dà quel bacio che le era rimasto sulle labbra per tutta l'ora della conferenza.

Giordano. Se non si cambia vita, figliuola mia, sarà un affar serio.

Emma (arrabbiandosi) Hai promesso di non dirmi più figliuola mia. Non mi piace. Mi è antipaticissimo!

Giordano. Vorrei soltanto persuaderti che se, per la conferenza mi son valso, in parte, del materiale di quella di Milano, ciò dipende dal fatto che non mi dai il tempo di studiare, di raccogliermi, di coordinare i fatti, le idee, gli appunti presi. Insomma, per parlare un'ora al pubblico bisogna avere la mente preparata, ben nutrita di argomenti e sopra tutto riposata.

Emma lo guarda, e risponde: «Verissimo», ma come un'eco. Si ricorda del loro primo colloquio in via San Paolo: «... Come parlo per un'ora, potrei parlare per due, per tre, per un giorno di seguito; le mie non sono conferenze: io parlo soltanto perchè ho qualche cosa da dire». Fosse vero? Fosse proprio stata lei, all'Argentera, a fargli perdere la freschezza della mente, l'agilità del pensiero, a intorpidirlo nell'ozio? Che rimorso sarebbe questo per lei! Che gran rimorso!

Giordano. A che pensi, carina?

Emma. A Napoli. Per Napoli, preparerai una bella conferenza tutta nuova?

Giordano (subito: pigliando la palla al balzo) Ma... secondo. Bisognerebbe indurci a compiere un ben penoso sacrificio.