— Sissignora, non dubiti. Ho capito!
Ma, intanto, i «due stupidi» si fermano sorridendo, fissandola:
— Pulcherrima Dea! — esclama l'ufficiale. E, un poco discosto, l'otre dipinto che fa una nuova e ancora più profonda scappellata. E tutti gli altri che continuano a voltarsi, a fermarsi, lanciandole addosso occhiate lunghe, cupide, villane? Emma arrossisce, abbassando il capo. Certe volte le pare di sentirsi frugare, di sentirsi svestire da quelle occhiate odiose.
— Auf! Che bile! Che bile! Che rabbia! Che dispetto!
È un'impressione di avvilimento, è un senso di disgusto che rivolta le sue fibre più intime, tutto ciò che c'è in lei di delicato, di sensibile, di vivo, di vibrante. Emma ne soffre: ne soffre nel suo pudore e nel suo cuore; ne soffre la donna e ne soffre l'innamorata.
— Non sanno, non capiscono, non vedono questi romani che io sono una donna onesta e che appartengo ad un marito? Sì! Sì! Sua, soltanto sua, del mio Giordano, tutta sua. Sfacciati! Antipatici! Mio marito soltanto ha diritto di guardarmi! Lui sì, lo voglio! Sempre! Come lo amo! Quanto lo amo! Ancora di più! Sempre di più!
E in quel momento, in quell'orgasmo, in mezzo al dispetto, in mezzo alla collera, pensa a Giordano, a «suo marito», come ad una liberazione. Lo ama, lo ama appassionatamente, con tutto l'ardore e con tutto l'entusiasmo dell'animo e insieme con un senso di timore stranissimo. Potrà ancora trovarsi con lui, sola con lui, senza più vedere quelle facce, quegli occhi intenti, fissi, bramosi?
Emma (al cocchiere) Fa presto.
— Sissignora.
Che fretta di rivederlo! di correre, di buttarsi nelle sue braccia!... E che bisogno di dirgli tutto!