Schiavino. Lo conosco.
Giordano (con entusiasmo) Una bravissima, una simpaticissima persona! Fu lui, appunto, che si ostinò a volermi far notare, da qualche indizio, la simpatia della signorina Dionisy per me: simpatia alla quale, naturalmente, io non potevo, non volevo credere. Poi il Barbarani mi riferì i discorsi che si facevano in giro, e che mi mettevano di buon umore come altrettante storielle amene. La ragazza era stata ad una mia conferenza; mi aveva veduto, sentito; io le ero stato presentato e l'avevo accompagnata a casa, e subito — un colpo di fulmine — era cascata, innamorata, morta! Chi poteva credere a tutto ciò? Nessuno, ed io meno degli altri; ma la prudenza, i riguardi m'imponevano di non andare in casa Dionisy, ed io, infatti, più volte invitato, sollecitato, ho sempre cercato e trovato qualche scusa. Di giorno, ed era vero, non avevo un momento disponibile, tutto preso dalla mia opera sul Vescovo Ambrogio, che uscirà prestissimo in una splendida edizione illustrata. La sera, ero occupato... diversamente. Ma, un bel giorno, che succede? Il padre della signorina, un dilettante di musica assai appassionato e intelligente, dà un gran concerto, e viene lui stesso in persona alla Biblioteca di Brera a cercarmi, ad invitarmi. Non vi posso dunque mancare, tanto più che anche quell'altra persona si recava al concerto. Vado; mi trovo colla signorina Dionisy, scambio con lei qualche parola e subito devo accorgermi che il Barbarani ha ragione. Che cosa fo? Scrivo una lettera alla ragazza, nella quale, molto francamente, le dico questo: che io non sono ricco e che per età potrei essere quasi suo padre. Dunque, sarei ridicolo e colpevole lusingandola e lusingandomi d'amore.
Schiavino. Benissimo!
Giordano. E che in ogni caso — queste sono le precise parole — non sarebbe mai stata mia moglie, fino a quando io potessi comparir vile dinanzi a me stesso, seduttore verso i suoi parenti, interessato in faccia alla società.
Schiavino. Benissimo! Bravo!
Giordano (continuando, sempre più infervorandosi, riscaldandosi, coll'accento della verità e della passione) E lei allora, la signorina Emma che cosa mi risponde? «Sono giorni terribili, sempre in urto, in collera con tutti i miei; ma sono contentissima di soffrire per te, sono tua e sarò sempre tua con tutta l'anima, con tutto il cuore.» Che cosa avreste fatto voi nel mio caso?
Schiavino (si accarezza la barba e non risponde).
Giordano. Sareste partito? Sareste fuggito?
Schiavino (accarezzandosi sempre la barba) Probabilmente.
Giordano. Bravo! È quello, appunto, che ho fatto anch'io. Lascio Milano e vado a Padova. La ragazza mi tempesta di lettere. Io, prima, non rispondo; poi, costretto, rispondo tanto freddamente, che la poveretta ne soffre, comincia a star poco bene. Intanto quell'altra persona, di cui vi ho già parlato, si mostra indegna di ogni affetto serio, profondo, e questo disinganno, questa delusione, è naturale, spinge il mio cuore sanguinante verso la dolce, la cara fanciulla. Essa in quel momento è il conforto, la vita nuova dell'anima. Pure, anche questo sentimento lo chiudo, lo soffoco dentro di me e continuo a non scrivere altro che assai raramente e assai freddamente, finchè un giorno, uno della famiglia stessa dei Dionisy, un cugino, l'architetto Carlo Borghetti...