Schiavino (stendendogli la mano, e anch'egli, oramai, dopo il calore e l'intimità del colloquio, continuando famigliarmente a dargli del voi). Lavorate di lena, e amate vostra moglie! (Prende le bozze dalle mani del ragazzo di stamperia che entra in quel punto, si mette al tavolino e comincia a correggerle).
Il ragazzo. Aspetto?...
Schiavino. Sì. (A Giordano: sempre correggendo le bozze) Del resto... avevo sentito qualche cosa di questo vostro... romanzo, a Varese, dove ho una sorella maritata e dove vado a passare le mie vacanze. Ma c'è tanto poco di vero... anche nei romanzi che non si stampano!
Giordano (avvicinandosi: aspettando ancora un momento) Dunque, il letterato, lo storico... (sorridendo) il conferenziere sopra tutto, ve lo abbandono; ma, come uomo, posso contare, ormai, sulla vostra stima?
Schiavino (seccato d'essersi lasciato sorprendere dalla commozione e volendo far capire al Mari che è ora di andarsene, continua a correggere le bozze, senza più rispondergli, nè guardarlo).
Giordano (abbottonandosi la giacca) Una sola promessa dovete farmi: quando saprò che sarete a Varese e verrò a prendervi colla carrozza per condurvi a casa mia all'Argentera, per presentarvi a mia moglie, non dovrete dirmi di no.
VII. La lettera di donna Fanny.
La mattina dopo. Non sono ancora le otto. Nel numero 31 le finestre sono ancora chiuse: è tutto buio. Un gran profumo di peau d'Espagne.
Emma, a un tratto, si sveglia: guarda verso l'uscio del numero 30, sospira, si volta dall'altra parte e si riaddormenta.
Un'ora dopo entra Carolina, la cameriera, portando il caffè e due lettere per Emma. Carolina, come di consueto, pone il vassoio sul tavolino che è accanto al letto della padrona, poi va ad aprire la finestra.