Giordano. Basta, adesso... calmati. (Continua a fissarla con gli occhi lucenti: ha un leggero tremito nelle mani, nelle labbra: le guance accese) Capirai, anch'io vedendoti così in disperazione per tuo cugino...

Emma (con un nuovo scoppio di collera) E te l'ho scritto, anche, nelle mie lettere. Le avrai ancora le mie lettere, spero? Leggile. In una te lo devo aver detto, o fatto capire, che il povero Carlo mi amava. E quando io, quella prima sera, dopo essere stata con te sul terrazzo, gli ho risposto che «ormai era troppo tardi», che io ne amavo un altro — te — mi ha risposto colla disperazione negli occhi e colle lacrime in gola, che c'era stato, fra voi due, qualche parola, qualche malinteso, e che voleva venire a cercarti, per domandarti scusa. E in quella stessa sera, in quello stesso momento, sotto i miei occhi, ti ha domandato scusa. Ecco a che punto, fino a che punto siamo arrivati, io e Carlo. Adesso lo sai. Cioè lui no, forse. Lui è andato molto più innanzi di me. Fino al punto, povero Carlo, di ammalarsi, di morirne!

Giordano. Calmati, adesso basta! (Baciandole i capelli, le mani, cercando di abbracciarla: sollevandola) Perdonami. (Colla voce sempre più alterata) Facciamo la pace.

— Va via. No.

— Se ho avuto un impeto di gelosia ingiusta, irragionevole, è stato perchè ti amo tanto.... sei tanto bella.... bellissima...

— Va via! Va via! No.

Giordano (irritato: con un riso sinistro). È per Carlo? Mi mandi via per Carlo?

Emma. Sì, sì, per Carlo! Per Carlo! Ma come sei tu?... Che uomo sei? Che cuore, che anima, che amore è il tuo? (d'un tratto, all'improvviso, allunga il braccio: suona due volte il campanello accanto il capezzale: Giordano si allontana, dispettoso, con un'alzata di spalle) Dirai alla cameriera dell'albergo che mi mandi subito la Carolina. Tu hai da fare oggi. Lavora pure; non pensare a me. Mi vesto in fretta; vado a telegrafare alla mamma e al dottore, poi vado in chiesa.

VIII. «A la peau d'Espagne.»

Emma, appena vestita, corre a telegrafare alla mamma e al dottore.