Spariscono le lacrime. Emma, ridente, salta sulle ginocchia del «suo povero Nino ammalato», e per quel bacio ch'egli le chiede essa abbandona allo strazio dei suoi epigrammi il povero Carlo e il buon dottore.
Giordano. Del resto, se non sono diventati tutti imbecilli, e se non mi vogliono veder morto per la solita invidia nazionale, — dàgli addosso a quel cane che si è innalzato sugli altri!... accoppalo!... — se non è, dico, per questo, il mio Sant'Ambrogio avrà un successo straordinario. Me lo scrive l'Amodei.
Emma. Sant'Ambrogio?... Dunque, hai cambiato il titolo? Sant'Ambrogio vescovo, come vuole lo zio?
— No, come voglio io. Sant'Ambrogio, e basta. Io sono sopra tutto sincero e aborro i bigotti di tutte le chiese, specialmente delle chiese nuove: i più fanatici e i più ipocriti. — Santo, sicuro. Sai che cosa vuol dire Santo? — Uomo giusto; nient'altro. È l'ignoranza, gioia mia, gioia cara, che impone la doppia servitù del pensiero e della parola!
I fignoletti sono scomparsi affatto, da parecchi giorni, e Giordano Mari alle dieci del mattino è già uscito, ed è già stato alla posta, ufficio Pacchi postali, nella speranza di ricevere da Milano le prime copie della sua opera.
— Ancora niente.
— Niente.
Torna all'albergo brontolando contro la poca sollecitudine dell'Amodei ed entra subito al numero 31.
— Buon giorno, cara. È più tardi del solito e non hai ancora finito di vestirti?
Emma (come sempre, appena lo vede all'improvviso, correndo ad abbracciarlo con un grido di gioia) Sei già stato fuori?