Emma fissa la Carolina come per voler intender meglio: poi passeggia per la stanza e diventa ancora più seria. La piccola ruga apparsa in quei giorni per la prima volta sulla fronte limpida, intatta dei bei vent'anni, si fa più viva e più profonda.

Sì, pensa Emma fra sè, è una sciocchezza; ma come si può fingere, come si può mentire, anche per una sciocchezza, con chi si ama, a chi si vuol bene? Io non gli ho mai potuto nascondere nemmeno un punto solo, un respiro, il respiro più lieve della mia anima!

Carolina. Ma perchè non ride? Si metta di buon umore! In fine, che c'è di male? È un bell'uomo; ci tiene! Mi promette, non è vero? Giura di non tradirmi col signor padrone?

Emma (seriamente) Basta! Basta! So ciò che devo fare. Tu, per altro, quando ti dicono di tacere, devi tacere.

Carolina (piccata) Se ho sbagliato, scusi; è stato a fin di bene! Sembrava in collera anche con me! Non mi diceva più una parola!... È naturale!... Prima lei, che è sempre stata la mia padrona, di tutti gli altri!

E la Carolina se ne va, anch'essa un po' imbronciata, dopo aver augurata la buona notte alla signora.


Emma (fra sè) Quando egli mi guarda, mi legge subito in fondo al cuore. Io, invece, no; capisco, non so leggere nel suo cuore; non ci vedo; è buio, è chiuso! Dio, Dio, se non mi volesse bene Che gran dolore! Che fine di tutto! Che morte! E che orrore! (Si copre il viso colle mani, mentre un brivido le corre per la vita. Si è data, si è abbandonata così interamente, così appassionatamente: si sforza per calmarsi: sorride, ma con molta, con profonda tristezza). Anch'io sono una gran sciocca, stasera; mi monto la testa; esagero! Ma, pure, io gli avrei detto tutto, qualunque cosa, grande o piccola; fosse pure un'inezia e anche un torto mio; fosse pure una colpa. Impossibile tacere sotto i suoi occhi. Impossibile! Impossibile! Solo a guardarmi saprebbe sempre tutto. Invece, lui, mi fa una gran commedia per una ridicolaggine inconcludente!... Un pasticcio, segreti, misteri colla Carolina, colla cameriera, che scherza poi, e ne ride! E peggio ancora! Peggio ancora!... Ha il coraggio di restare un giorno intero senza vedermi; ha il coraggio di farmi soffrire un giorno intero! È troppo! No, è troppo! (Comincia a svestirsi sempre più eccitata e vibrante: i piccoli bottoni di madreperla saltano lontani, e i cordoncini di seta si aggrovigliano fra le dita nervose). Che donna mi crede? Come mi giudica? Ha più vanità per sè stesso — sì, vanità, vanità, vanità! — che non amore per me! Una vanità piccola, meschina, ridicola. E colla cattiveria di lasciarmi sola, tutto un giorno sola, senza poterlo vedere, inventando mille bugie, mille finzioni per allontanarmi! Voleva mandarmi fuori a pranzo, a teatro collo zio, col Cogoleto, con tutto il mondo! Perchè non ho accettato? Perchè non ci sono andata?... Oh, ma un'altra volta!... Lo merita.

Emma, sempre colle ciglia aggrottate, pallida, smorta, senza mai guardare verso l'uscio del numero 30, ha finito di spogliarsi. Salta in letto, spegne il lume e si caccia sotto.... voltando le spalle al numero 30!

Chiude gli occhi, ma non riesce ad addormentarsi: resta immobile, rannicchiata senza voltarsi, senza distendersi, presa da un senso d'inerzia, di freddo. È tardi; lo scricchiolìo dei passi e le voci lungo il corridoio si fanno più rari; i rumori dell'albergo si allontanano, si perdono, e nella camera buia, silenziosa, a poco a poco, prima leggero, interrotto, poi, più forte, più lungo, entra il gran russare di Giordano, accompagnato da un sibilo, da un fischiettìo, che varia tutti i toni.