— Io non ti credevo capace di tanto! — dice un giorno Sua Eccellenza al nipote, guardandolo in faccia con un'espressione diversa dal solito, ed ammirandolo sinceramente. — Io non ho ancora avuto il tempo di leggere il tuo libro, ma me ne hanno parlato molto favorevolmente persone competentissime e tutt'altro che di facile contentatura. Il senatore Bernabeis — nientemeno! — il principe dei nostri storici, l'arca santa dell'erudizione!.. Ieri sera, dalla principessa di Campolatino, ha proclamato il Sant'Ambrogio un'«opera poderosa», un'«opera madre». Bravo! Sono contento! «Vergin di servo encomio», ti fo i miei complimenti e ti stringo la mano!

I medesimi «astiosi parrucconi», che non avevano mai preso sul serio Giordano Mari, nè come letterato, nè come storico, nè come critico, dopo che il Bernabeis ha letto e lodato il Sant'Ambrogio, vogliono vedere «che cosa c'è.» Lo leggono però con diffidenza, sogghignando, ma poi, onestamente, devono modificare il primo giudizio:

— Giordano Mari è un uomo che sa il suo conto. Non si scherza! Il Sant'Ambrogio non è un libro che s'improvvisa!... Ma perchè dal momento che ha la libera docenza a Bologna, non fa lezione?... È un valore...

E Sua Eccellenza passa di maraviglia in maraviglia!

— Ma, sai, che, col riuscire a farti leggere dai contemporanei, hai fatto un gran miracolo?.. — È vero che sei stato felice nel titolo, e che hai avuto anche la combinazione fortunatissima di aver trovato un primo lettore: il Bernabeis. Già, dovrò finire col leggerlo anch'io! Ma, intanto, dal momento che hai chiesto e ottenuto la libera docenza a Bologna per un corso...

— Sulle Origini dei Comuni italiani.

— Precisamente; perchè non fai qualche lezione? Prendi un capitolo del Sant'Ambrogio e la lezione è bell'e scritta.

Giordano Mari (con dignitosa maestà) Questo poi no. Io mi vanto di essere sopratutto sincero e originale!

Tornato di moda, rimesso sul candeliere e illustre più di prima e con più credito, Giordano Mari torna sereno, affettuoso, espansivo, sorridente, e torna a sentirsi benissimo. Anche il dolorino persistente alla nuca, il «tarlo che rode» è scomparso. In casa ci sta pochissimo; non ha mai tempo! — ma in quelle ore fuggevoli la sua Emma, dolce e buona, la sua Emmina, bella e cara, è sempre «la dilettissima», «l'adorata» dell'Argentera!... E, anche fuori di casa, egli è cortese, alla mano, affabile con tutti. Dà del tu e si prende a braccetto l'ultimo dei reporters come gli uomini del Governo, i colleghi dello zio. La sua superbia s'è rannicchiata dentro di lui; sembra dormicchiare, beatamente soddisfatta, dopo una lauta indigestione di lodi. Soltanto lui è un grande storico, un grande letterato, un grande oratore, un grande lavoratore, insomma il solo grande nei varii generi; ciò si sa e si deve sapere. Gli altri sono tutti asini e facchini; ma questa sua profonda e immutabile opinione egli la esprime senza astio e senza livori, serenamente e dolcemente, più col silenzio e coi sorrisi indulgenti che non a parole. Egli passeggia sul Corso, il cappello a cilindro sulle ventitrè, pavoneggiandosi come a Milano, nella modesta e oscura via di San Paolo, le falde del lungo abito nero svolazzanti, raccogliendo strette di mano, sorrisi, complimenti, congratulazioni e scappellate, ch'egli porta all'Albergo Milano condensate e mutate in altrettante carezze, in altrettanti baci per sua moglie. Non è più rabbioso, invidioso, bisbetico; si entusiasma invece per i cappellini e le acconciature che fanno risaltare la bellezza di Emma.

— Cara!... Gioia!... Vieni a darmi un bacio! — E quando Emma si alza in punta di piedi per baciarlo, non più sulla bocca, ma sotto l'occhio, egli la guarda sorridendo, «povera piccola», e gli par quasi impossibile che possa arrivare a tanta altezza.