Giordano Mari non dice una parola, non fiata, ma sotto gli occhi gli appaiono due solchi lividi, profondi. Apre l'altra lettera, quella dell'editore di Milano.
Amodei e C. Editori
Gabinetto del Direttore
Illustre e carissimo Mari,
«Mi offrite le vostre conferenze sui Precursori della Rivoluzione? Quali sono e quante sono? perchè io non ne conosco altro che una, la solita di Venezia, Torino e Genova; sempre bella, ma sempre quella, come la bandiera dei tre color! E poi... mi domandate duemila lire — anticipate — per un volume di conferenze? È vero che non è che una domanda... ma io non vi posso dare... che una risposta. Vi voglio molto bene, ma non posso, per voi, disgustarmi col mio interesse.
Affezionatissimo
Amodei.
«P. S. — Devo assentarmi da Milano per il matrimonio di mia nipote. Sono spiacente per me... e per voi. Vi avrei fatto conoscere l'architetto Carlo Borghetti, una vera capacità, un erudito fenomenale. Avrebbe potuto esservi utilissimo per la vostra monografia su sant'Ambrogio... o il signor Ambrogio, come volete voi.»
Giordano Mari, pallidissimo, resta fermo, immobile su due piedi. È una disdetta. Tutto gli va male... tutto! tutto!... C'è fin da ridere, tanto è curiosa!... E ride infatti; ma ad un tratto il riso gli si ferma sulle labbra ed ha un sussulto in tutta la persona: riapre, rilegge il telegramma:
«Impossibile ottenere rinnovazione: voci attendibili assicurano solito sovventore prossimo fallimento. Regolati».
— Ma allora?... E le altre?... E tutte le altre?...
Anche gli ultimi echi degli applausi di un'ora innanzi, le febbrili compiacenze del successo, tutto è svanito, dileguato ormai... persino il bel viso ridente di donna Fanny e gli occhi intenti, appassionati di Emma. E sì che quest'ultima, mentre egli legge la lettera del Marana, gli è tornata in mente... quale nipote dello zio ministro.