Emma si ferma a Milano appena una mezza giornata; vuole abbracciare il babbo, venuto apposta per vederla, da Brenzonino, la villa dei Dionisy in Brianza.
Anche la mamma desidera fare un'improvvisata alla figliuola; anzi, ha già dato tutti gli ordini e le disposizioni per la carrozza ben chiusa e per una mezza farmacia. Sono già pronte le pellicce, gli scialli, i cuscini, i guancialetti e persino l'acqua per lo scaldapiedi; ma poi, sul punto di montare in carrozza, cascante di forze e di vezzi e già imbacuccata fra i veli come una donna turca, guarda il tempo... — Che ne dici, Venceslao? — Il tempo le sembra un po' incerto; lo strapazzo, cui potrebbe andare incontro, la spaventa.
— Che ne dici, Venceslao?... Che mi consigli di fare? Io, dopo, non voglio accuse, processi. — Dio mio!... Non voglio colpe!... Non voglio sentirmi sgridare nè da te, nè dal dottore.
Il cavalier Venceslao, sempre serio, grave, contegnoso, guarda il tempo anche lui da tutte le parti, ma non risponde, non apre bocca... e la signora Letizia manda un monte di baci alla figliuola e rimane desolata a Brenzonino, a gemere, a lamentarsi con una boccetta di Lavender Salts sotto il naso, e a farsi compiangere dall'arciprete, per i rigori eccessivi, tirannici, di suo marito e del dottore.
— Non mi è più permesso nemmeno di abbracciare la mia figliuola!
Alla stazione di Milano:
Il cavalier Venceslao (prendendosi Emma fra le braccia, mentre scende dal predellino del coupé e tenendosela stretta contro il petto) Dunque? Sei sicura?
Emma. Sì! E la mamma?
Venceslao. Ti aspetta a Brenzonino, più presto che puoi! È tanto contenta anche la mamma!... Voleva venire a Milano con me, ad ogni costo; ma sono stato io a non volere, a impormi. Il dottore le ha proibito assolutissimamente di pigliar freddo.