Emma. E il dottore? Il mio buon dottore? Dov'è?
Venceslao. Verrà forse domani a trovarti all'Argentera. È partito, al solito, per Val d'Olona. Carlo sta sempre poco bene.
— Oh, Carlo! Carlo! Povero Carlo! — Emma aveva ancora dimenticato. — Ma come sta? È proprio molto ammalato? Non c'è pericolo, per altro? Non c'è pericolo?
Il cavalier Venceslao scrolla tristemente il capo, avvolgendosi il collo nel foulard bianco e aggiustandosi con un colpo di mano le larghe tese del grande cappellone di feltro nero:
— Pericolo no; almeno per ora.
Vinto il primo momento di emozione, il cavalier Venceslao è ritornato, in mezzo al via vai della stazione e della gente che si volta a guardarlo, molto serio, molto contegnoso. Aspetta diritto, immobile, che Emma abbia finito di dare gli ordini e le indicazioni necessarie alla Carolina, poi le offre il braccio per condurla alla carrozza.
Emma (appoggiandosi al braccio del babbo: affettuosa, carezzevole, felice di rivederlo) Eccomi! Son qui!... Sono ancora qui! La tua Emma!
Venceslao (dopo aver fatto salire Emma in carrozza) Dove andiamo a far colazione? Al Cova?
Emma. Sì, sì. Come vuoi! Andiamo al Cova!
— Al Cova — ripete il signor Dionisy al cocchiere e montando accanto alla figliuola, pur sorridendo affabilmente a chi lo sta osservando, cerca di rimaner nascosto il più possibile nel fondo del landò.