La marchesa. Ecco! Bravo! Avete subito indovinato!... Già, fra noi due, basta un'occhiata e si colpisce al volo! Come Guglielmo Tell!

XII. Ugo Foscolo e il signor Tancredi.

A Roma, col bel sole e le tepide giornate, Emma si era sempre figurata l'Argentera fiorita e ridente e col desiderio avvicinava e affrettava l'ora in cui l'avrebbe rivista, mentre le più care memorie abbellivano quel momento, e il suo cuore salutava ogni punto ben noto della via maestra. Le cime verdeggianti, su cui si era arrampicata nelle sue passeggiate con Giordano, le folte boscaglie, le lunghe e tortuose stradicciuole fra le rive dall'ombra deliziosa...

Invece, prima per la nebbia, sempre la nebbia uggiosa, interminabile, poi per la sera oscurissima, Emma arriva all'Argentera, senza nemmeno averla veduta. Vi arriva stanca, intirizzita dal freddo, coll'anima desolata e la mente ingombra da tristi pensieri, da tristi presentimenti.

— Carlo, Carlo! Povero Carlo!... Una tisi? «Spedito?...»

Ma come mai Emma non ci aveva pensato? Era stata sempre leggera, distratta, lo aveva sempre dimenticato... E lo aveva creduto guarito... Le avevano scritto che era guarito, poi che stava ancora poco bene, ma ammalato così gravemente, no! Una tisi, no!

Appena è smontata dalla carrozza, il signor Formanti le consegna due dispacci arrivati da mezz'ora. Uno era della mamma che le inviava mille tenerezze, l'altro di Giordano:

«Sempre teco: ansioso notizie: tutti miei baci».

Dopo tante ore di viaggio, sola, in mezzo alla nebbia, quei due dispacci le fanno piacere. Si sente correre nelle vene intirizzite come un senso di calore:

— Com'è buono il mio Nino! Com'è stata buona anche la mamma! — E risponde sul momento piena d'affetto, commossa: