Adesso che da qualche giorno ne è lontano. Giordano Mari sente davvero la mancanza di sua moglie, e si commove piacevolmente nel rileggere quella sua ultima lettera così carina e così affettuosa, così piena della sua grazia, delle sue carezze, del suo spirito e di quel suo profumo à la peau d'Espagne, così inebriante.
— No, non gli metteremo nome Ambrogio!... Ma nemmeno Venceslao! — E pensando ai varii nomi della famiglia di sua moglie e della famiglia sua, dà in uno scoppio di risa: — Tancredi? Ecco! Trovato! Lo chiameremo Tancredi!... E perchè no? Se quell'animale volesse lasciarmi tutto il suo... Del resto, col tempo, chi sa? Non ci sono altri parenti, e se non sono io l'erede, sarà mio figlio! (Sorridendo) Mio figlio o mia figlia?... Ancora non si sa! (Accarezzandosi la barba, pavoneggiandosi) Diremo: ai miei figli... per non sbagliare!... Cara quella mia piccola!
Emma merita davvero ch'egli si sacrifichi per lei!... E, in fatti, Giordano Mari rinuncia a un invito a pranzo della marchesa Malvolti e ad una colazione offertagli dal professor Ercolani, e subito, dopo il banchetto degli studenti, la notte stessa, parte per l'Argentera.
Non ha telegrafato: conta di arrivare alla mattina presto.
— Emma, forse, dormirà ancora... Le voglio fare un'improvvisata!
Il fattore, avvertito dal giardiniere, il quale ha visto Giordano Mari da lontano, gli corre incontro premurosamente.
— Come mai, signor padrone? A piedi? Senza avvertirci?
— Sono venuto colla ferrovia fino a Venegono. Anzi, manderà subito alla stazione a prender la mia roba! (Guardando l'orologio) Da Venegono all'Argentera ci ho messo soltanto venticinque minuti! Abbiamo la gamba buona, signor Formenti; gamba da cacciatore!... E il cane, a proposito, c'è?
— C'è, e famoso! È un bracco da ferma e da leva. Lo conosco e lo posso garantire, signor padrone.