Emma lo fissa ancora, così, con quel suo riso, per un momento, poi di colpo si slancia sul cassettone, lo apre, afferra il fascio delle cambiali, di tutte le lettere, e sempre muta, senza un grido, lo getta in faccia a suo marito.

Giordano diventa a sua volta pallidissimo, guarda per terra quelle carte, quei fogli sparpagliati, li raccoglie a uno a uno... pensa... e, a un tratto, ha come un barlume di quanto deve essere successo. Egli da tanto tempo era così lontano, non ci pensava nemmeno più ai suoi debiti di Padova, a quelle lettere! Come mai erano arrivate in mano a sua moglie?... E torna a guardare Emma, non più minaccioso, ma come per interrogarla, sbalordito, istupidito.

Emma (senza muovere un passo: sempre appoggiata al cassettone, col viso, cogli occhi stravolti) E, adesso, va via! Va via!

Giordano (si sforza per contenersi, per dominarsi: alzando il capo, facendo l'atto di mettersi tutte quelle lettere in saccoccia, domanda arrogantemente) Come?... Perchè?... «Va via?...»

Emma (con un grido) Le mie lettere, no! Non voglio lasciarti le mie lettere! No! No! Mai! (Si avventa contro Giordano, afferrandogli il pugno ch'egli tien chiuso, stretto col fascio delle carte) Le mie lettere no! Le daresti ancora in pegno! Le venderesti!... Le mie lettere no!...

E, pur di riuscire a strappargli quelle carte, nell'ira, nel furore gli graffia le mani, tenta persino di morderlo.

Giordano. È roba mia! Questa è roba mia! (Non riuscendo a respingere Emma, fuor di sè, l'afferra per i capelli, per difendersi, per allontanare la sua faccia, i suoi denti).

Emma (colla voce rotta) Dammi le mie lettere, o chiamo, o grido a tutti, forte, che hai dato le mie lettere in pegno, a Padova, ai tuoi usurai! (Con un urlo di collera e di dolore) Aiuto! Aiuto!

Giordano (spaventato, dandole le lettere, lasciandola andare) Prendi le tue lettere! Basta! Taci! Taci, per Dio!

Emma (anelante, col viso graffiato, sfigurata: tutti i capelli sciolti che le cadono sulla faccia, sulle spalle) Se chiamo il signor Formenti, il giardiniere, sai che obbediscono a me, non a te!.. Abbassa la voce e va via! Se tu non mi vorrai costringere, io non farò scandali! E così... nè per i trionfi, nè per i tuoi interessi, non avrai niente da temere! Io ti cedo fin d'ora l'Argentera, i miei danari, tutto!... Dunque, tu puoi continuare la tua vita, godere la tua celebrità, salire sempre più in alto!... Metto una sola condizione. Fra me e te, più nemmeno una parola. Saremo affatto estranei e affatto liberi l'uno dall'altra. E... se avrò un figlio, lo voglio io, dev'esser mio, soltanto mio. Del resto, ripeto, fuori di me e della mia creatura, se ci sarà, sei padrone di tutto. Sei disposto ad accettare questi patti, in silenzio, tacitamente? Bene. — In caso diverso, te li imporrò col mezzo del tribunale e faremo uno scandalo!