— Dov'è?... Voglio conoscerla.
Barbarani (con entusiasmo) Subito! Benissim! Son proprio content!
Giordano Mari (con calma) No, no; dopo. Prima mi presenterai a don Carlo Borghetti.
Nella sala da giuoco: soli, ad un tavolino, la marchesa Gonzales e l'architetto. La marchesa sta facendo la partita all'écarté, per far passare il tempo e farsi passare la sete. Essa è in fortuna, marca sempre il re; e prova un ristoro alla compressione del busto — sforzo sovrumano di tre persone, la sarta e due cameriere — gridando addosso a donna Fanny.
La marchesa (giuocando) È una matta! Non si può dir altro, è diventata matta! E per chi? Per un maestro di scuola. Sì; me l'ha detto uno dei miei amici, per mettermi in guardia; a Padova faceva il maestro di scuola. Un antipatico predicatore di spropositi!... Dev'essere anche un repubblicano, un socialista. Io, col mio colpo d'occhio famoso, appena visto, l'ho subito giudicato: è un po' di tutto... Peuh! — Ho fatto il punto (lo nota).
Carlo Borghetti (risponde per lo più a monosillabi e giuoca distratto. Ha la faccia stralunata, un certo sorriso strano, melenso: ha una mano fasciata).
La marchesa. Finirà, quella matta, a far nascere uno scandalo; a disgustare anche Guido Bardi, e... allora?
Carlo Borghetti. Allora... poco male.
La marchesa (facendo due occhi e una bocca da mangiarselo vivo) Poco male?!
Carlo Borghetti. Sicuro! Se donna Fanny si lascia far la corte da un altro, vuol dire che il Bardi non le preme; e se non le preme, anche se lo perde... poco male.