— Certo, vi ha fatto male. Volete appoggiarvi al mio braccio?
— No.... Grazie. No.
Carlo Borghetti, istintivamente, si tira più vicino al muro. In quel suo stordimento, in quel suo istupidimento, con un ronzio crescente che gli gira pel capo e gli introna gli orecchi, egli si sente addosso come un peso, una sofferenza, come un'infinita, come la peggiore sofferenza, la compagnia, la vicinanza, la vista, l'ombra di quell'uomo; certe volte, passando sotto ai fanali, vede quell'ombra distendersi, allungarsi smisuratamente sul marciapiede. Quell'uomo... maledetto quell'uomo!... Maledetto il giorno che è capitato a Milano! È l'amante, è il padrone di Emma: Emma è cosa sua. Essa gli appartiene già coll'anima; essa lo ama, ne è innamorata!... Quell'uomo così alto, così forte, prepotente, brutale, non ha che a dire una parola; comandare, volere, ed Emma è cosa sua! Egli lo odia, sente di odiarlo per questo suo fascino, per questo suo potere misterioso — una malìa forse — lo odia, e lo teme: lo teme per Emma. Povera Emma! Chissà?... — Lo odia, eppure si sente costretto a chinare il capo dinanzi a lui, e dinanzi alla sua volontà, alla sua forza, al suo ardimento e alla sua fortuna. Lo odia, lo teme, e, in fondo al cuore, lo invidia e lo ammira. — Così presto! Appena veduto, e l'ha subito innamorata, stregata, presa! Come ha fatto? Come c'è riuscito? — Emma!... Emma!... Emma!... — grida, spasima il suo cuore! Oh, ma è inutile chiamarla! Emma non ascolta, non sente, non obbedisce alla sua voce, alle sue lacrime! Se invece quell'uomo lì, che cammina al suo fianco, superbo, sfacciato, quel «gigante» l'avesse chiamata colla sua voce forte di comando, oh, con lui docile, ubbidiente, sarebbe corsa, si sarebbe precipitata di volo, fremente e palpitante, a buttarsi nelle sue braccia; forse alle sue ginocchia, perchè ha visto, ha letto in que' suoi occhi sfolgoranti: essa lo adora! Ma lui, Carlo, Carlo detto il lunatico, lui non si è mai fatto ascoltare, non è mai riuscito a parlare al cuore di lei.
E ricorda il colloquio di quella sera, lo stupore, le parole di Emma. «Mi volevi bene?... Tu?... Tu?... A me?» Sì, sì, sì! Egli non ha mai osato, egli non ha mai saputo parlare, è stato troppo debole, timido, vigliacco! Sono anni ed anni, sono dieci, venti, trent'anni, è tutta la vita ch'egli l'ama, ch'egli soffre per lei, che smania per lei, che pensa, studia, lavora, si strugge, tutto per lei, e lei, nemmeno se n'è accorta!... Quello lì, il «gigante», l'ha vista un momento: ha subito parlato: ed Emma è sua. — In quanto tempo? Ci ha messo un giorno? Un'ora?... Nemmeno!... Un minuto, una parola sola. — Ti voglio! — Eccomi! — E tutto è finito! Tutto è finito! tutto! tutto! tutto! Perchè ormai... ormai è già come fosse sua, cosa sua, sua moglie! — Venceslao?... Avrebbe detto di no — pianino, per non guastarsi la voce, per ventiquattr'ore; poi avrebbe pensato ad un gran concerto per la sera della scritta. La signora Letizia? — sospiri, gemiti, e noce vomica, per non guastarsi lo stomaco e la carnagione. — E così Emma, povera Emma, così buona e così bella, bella, tanto bella, è in piena balìa di quel «gigante», di quello sconosciuto. È lui, adesso, il padrone, il solo padrone — padrone anche di non lasciargliela più vedere! E, forse, non è meglio? — Non sarebbe stato meglio non vederla più, mai più, quella leggera, vana, civetta, falsa?
Giordano Mari (toccandogli leggermente il braccio) Volete darmi la chiave? Aprirò io.
Carlo Borghetti guarda, trasognato, Giordano Mari, si guarda attorno, poi si ricorda; cerca nel taschino della sottoveste, gli dà il mazzetto delle chiavi. Sono giunti sulla soglia di casa sua, senza che egli se ne sia accorto.
Giordano Mari prova una piccola chiave: la porta si apre: entrano.
Giordano Mari (accendendo un cerino) Il servitore non c'è?
Carlo Borghetti. È a letto; sempre a letto.
Giordano Mari (indicando una bugia, sopra un palchettino, accanto alla bussola del portinaio) È questo il vostro lume?