Carlo Borghetti. Sì... questo (sempre con un tono profondo, doloroso) Questa candela... è la mia.

Giordano Mari accende il mozzicone: poi, col palmo della mano, riflettendo innanzi a sè il chiaror della fiamma, si guarda attorno, sotto l'ampio vestibolo. Indicando a Carlo Borghetti l'invetriata dello scalone:

— Per di là?

— Sì. Per di là.

L'ampio e maestoso scalone, le invetriate, i tappeti, i fiori, gli stemmi, tutta quella grandezza e tutto quel lusso del vecchio palazzo, eredità dell'avo materno del Borghetti — un Visconti — fanno colpo su Giordano Mari: e lì per lì, nell'astuto e sfacciato avventuriero delle belle lettere, torna a galla, fa capolino, collo stupore rispettoso del plebeo, il figliuolo risalito del piccolo merciaiuolo di piazza delle Erbe a Padova.

Giordano Mari. Vuol darmi il braccio! Vuol appoggiarsi, don Carlo?

Carlo Borghetti. Grazie; no. (Si appoggia invece, per tirarsi su, alla maniglia e borbotta colla voce sempre più bassa, più fioca, più rauca, soffermandosi quasi ad ogni gradino) Si soffoca; si soffoca orribilmente.

Giordano Mari. È tutto chiuso. Vuol darmi il soprabito?

Su, nell'anticamera, Carlo Borghetti ostinandosi, arrabbiandosi, prende lui in mano la candela e cammina innanzi per indicare la via, aprendo gli usci, sollevando le portiere.

Giordano Mari (ad un tratto, accorrendo) A me! Dia a me, don Carlo! (Strappandogli il lume di mano) Imbratta colla cera tutti i tappeti, i mobili! È un peccato!