Attraversano una lunga fila di sale, poi entrano nella camera da letto.

Carlo Borghetti (Improvvisamente: con un impeto di furore, si leva il cappello e lo scaglia sul canapè: il cappello rimbalza, ruzzola per la camera: diritto in piedi, con gli occhi attoniti, egli lo guarda ruzzolare, perdersi nel buio; poi, di peso, si lascia cadere, vinto, affranto, sopra una poltrona). La finestra... Aprite la finestra... Soffoco... Soffoco... muoio.

Giordano Mari (corre, spalanca i vetri: accende un'altra candela e la pone come la prima sul canterano: un mobile antico, dagli intarsi dorati: un capo d'opera: a mezza voce, girando gli occhi attorno ammirato) Quanta bella roba! (Osservando di qua, e di là, dove la camera resta illuminata: accanto al letto, in una cornice nera sopra una mensoletta di bronzo vede il ritratto di una signora: una vecchia fotografia di una giovane signora, che somiglia molto all'architetto) Sua madre, certo. Bella donna! (Ad un tratto, sorridendo e prendendo il lume per osservar meglio, più vicino) Toh, toh, toh! (Rivolgendosi al Borghetti con un moto istintivo) I Dionisy! La famiglia Dionisy!

Infatti, sopra un elegante palchetto, coperto di stoffe antiche e ornato a festoncini, c'è tutta una raccolta di ritratti di ogni dimensione e di ogni epoca. Dalle prime fotografie del Duroni ormai stinte e giallognole, alle ultime, le più recenti e più artistiche.

C'è, in grande formato «gabinetto», il cavalier Venceslao, seduto al pianoforte, la testa pensosa, chinata con intimo compiacimento sullo spartito del Trovatore; e c'è, piccolo piccolo, il ritrattino più piccolo e più scolorito, un bebè in camicina.

Giordano Mari (appressa la candela e legge) «Emma Dionisy, di cinque mesi, alla zia Paola» (Vedendo il ritratto della signora Letizia in abito da ballo: l'ultimo suo ritratto: dal 1887 continua sempre a farsi far quello) Che spalle!... Che... che busto!... Che meraviglia! (Lo confronta con un ritratto di Emma recentissimo che le sta accanto) Era molto più... bella, la madre! (Continua a fissare il ritratto di Emma, spirante nel semplice vestito bianco la sua fresca giovinezza: lo fissa studiandolo, esaminandolo, con uno sguardo acuto, minuzioso, investigatore, ricercando somiglianze e rapporti, tra la madre e la figliuola) Anche la figliuola, è molto giovane ancora... si farà una bellissima donna. E questo?... (È il ritratto di Emma vestita per la prima comunione: la riconosce subito e gli viene da ridere) Ah! Ah!... La mocciosetta!

Poi c'è un'altra Emma colle gambine esili, e i piedi grandi, ancora informi, sotto il vestitino corto corto; poi Emma, ragazzetta, ma già più elegantina, e un po' pretenziosetta, colla grossa treccia pesante, sproporzionata, giù giù, lungo la vita.

Poi Emma, nell'amazzone, a cavallo, e tutti quei capelli cadenti sulla nuca, sulle spalle, e sporgenti in una massa enorme, sotto l'ala del piccolo cilindro; poi Emma in costume Empire, come era andata alla festa di casa Ottolini; poi Emma colla camicetta, il berrettino e la racchetta del lawntennis...

Giordano Mari (fra sè, di malumore: deponendo il candeliere) La raccolta è completa. Tutte le età, tutti i costumi, e tutte le pose! (Si volta verso l'architetto, guatandolo bieco, mentre a sua volta si sente rodere da una punta di gelosia leggera, sottile... eppur molesta) Sono cugini; si sa: il cugino e la cugina! (Ma è un lampo: rivede gli occhi di Emma innamorata, e torna ad infischiarsene del Borghetti come del Sebastiani, e colla fede nella sua buona stella e nel suo talento e nella sua furberia gli ritorna la sicurezza, la contentezza e l'audacia — Sente un sospiro come un lamento: corre vicino al Borghetti) Volete il servitore? Devo sonare, per chiamare il servitore?

Carlo Borghetti. No! No!... Sto troppo male: non voglio nessuno.