Giordano Mari (imponendogli di tacere: protendendo le due mani aperte: voltando, torcendo indietro il capo per non sentire) Quello che possa avervi detto la signorina, non so: non voglio sapere; non ho diritto di sapere. Vi ripeto — sì, — ho avuto cinque minuti di pazzia, come voi avete avuto la vostra crisi... nervosa. Ma gli uomini devono guarir presto, e noi siamo uomini: infatti, voi ormai siete più calmo, ed io ricomincio a ragionare. Vedete? (indicando verso la finestra) Ecco il mattino, come dice Shakespeare, che lievemente librandosi pare in procinto di slanciarsi sulla terra! A letto, andiamo a letto, amico mio; voi, per rialzarvi più forte, dopo qualche ora di riposo, e con tutte le vostre più belle e più care speranze nel cuore. Io, con un amico prezioso (con mesto sospiro) e colla costanza, la forza e il conforto del lavoro.
Carlo Borghetti (senza esitare, con uno slancio generoso) Se non volete, se non posso dirvi di più, vi devo dir questo, però: vi assicuro; voi siete in errore riguardo ai sentimenti della signorina Emma.
Giordano Mari (con mestizia) Ho quarant'anni, e sono quasi povero. Volete ripeterglielo voi, da parte mia, a quella cara figliuola?
Carlo Borghetti (torvo, accigliato) No.
Giordano Mari. Sta bene. Le scriverò io stesso, prima di partire.
Carlo Borghetti (vivamente: con un guizzo di gioia che non può frenare) Partite?
Giordano Mari. Appena avrò pronto tutto il materiale che mi può occorrere; documenti, note, memorie inedite per la mia monografia.
Carlo Borghetti (subito) So, so! Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi.
Giordano Mari. Appunto. Anzi, vi dirò che il mio editore...
Carlo Borghetti. L'Amodei?