Giordano Mari. Ed ora, un ultimo favore.

Carlo Borghetti (alza appena gli occhi: lo guarda quasi con una timidezza supplichevole: sente dentro di sè, ha lo sgomento, lo spavento che gli parli ancora di Emma).

Giordano Mari. Devi permettere, mi devi concedere, che io intitoli al tuo nome, così simpaticamente illustre, il mio Sant'Ambrogio. Lo devo a te, per un debito di riconoscenza; e lo devo un po' anche a me stesso, agli scrupoli della mia delicatezza. (Vedendo che l'altro vorrebbe opporsi: insistendo) Va bene, va bene. Adesso non devi rispondere, adesso non devi dirmi nè , nè no. Te ne scriverò... forse, domani stesso; da Padova.

Mezz'ora dopo:

Carlo Borghetti è ancora nel suo studio; è ancor seduto, sprofondato nella poltrona, dinanzi alla scrivania, col capo fra le mani. Pensa ad Emma, sempre ad Emma, con un rimorso nel cuore, che si fa sempre più vivo, più acuto: ha dato al Mari, proprio al Mari, gli ha ceduto le sue carte, lui così avaro, così geloso de' suoi studii, de' suoi documenti, delle sue raccolte. E lo ha fatto soltanto perchè egli parta; per farlo andar via più presto.

Ed Emma? Emma? Emma che lo ama, quel Giordano Mari!

Povera Emma!

XIII. I fiaschi di Nino Sebastiani.

Salotto da pranzo in casa Dionisy: la mattina dopo il concerto: le dieci: l'ora della prima colazione.

Il cavalier Venceslao seduto alla tavola bianca elegantemente imbandita: il collo avvolto nell'ampio foulard, il naso un po' gonfio, un po' rosso e un po' intasato per la veglia e la fatica delle emozioni artistiche, fa colazione con discreto appetito: caffè e latte, panini arrosto e miele.