La signora Letizia. In fondo alla sala da pranzo: nel suo angolo prediletto della mattina, con accanto il piccolo tavolino, apparecchiato soltanto per lei: vestaglia vaporosa, veli, mezzi guanti di filo, sotto i quali luccicano le gemme degli anelli: melanconica, di cattiva voglia, tuffa nella sua tazza di cioccolato sospiri, lamenti e chifel.
La signorina Emma: non c'è. Il suo posto a tavola, in faccia al cavalier Venceslao, è ancora vuoto.
Venceslao (al cameriere) La signorina è stata avvertita?
Cameriere. Sissignore.
Venceslao. Avvertitela ancora.
La signora Letizia (a Venceslao: uscito il cameriere) Emma, ieri sera, si è condotta malissimo: non vuol capire che è ancora ragazza: è stata un'ora sul terrazzino, sola, con quel Mari. Anche il dottore, capirai, è rimasto molto contrariato. Dopo tante raccomandazioni, tante prediche, ha tenuto col Sebastiani un contegno... ancora più impossibile.
Venceslao (sussultando, colla vocina inviperita) Per questo ti dirò che il vostro Sebastiani è stato lui, a sua volta, molto scorretto. Ha chiacchierato, ha parlato tutta la santissima sera. Anche durante il quartetto!... È pochissimo gentile codesto vostro Sebastiani!... Dirò, anzi, pochissimo educato; e, per parte mia, dichiaro a te e anche al dottore: se ad Emma non accomoda, io me ne lavo le mani.
La signora Letizia (con calma: lentamente) Tu farai e dirai ciò che sarà necessario di dire e di fare. Intanto, ricordati, le farai le tue osservazioni per ieri sera. (Un gran sospiro) Io sono troppo stanca di sentirmi poco bene, per dovermi sempre inquietare.
Un fruscìo di vesti e un ritmico tic-tac, risonante sui parquets.
La signora Letizia. Eccola. Mi raccomando. (Premendosi la fronte con una mano, perchè teme un principio dell'emicrania) E parlate sottovoce.