Emma (gettandogli le braccia al collo con trasporto, con tutta la passione... per Giordano Mari) Ma tu, tu che mi vuoi bene, vorresti vedermi morire?
Il dottore (colpito) Morire? Che spropositi! Che c'entra il morire?
Emma. Ascolta: il Sebastiani, non lo voglio, non lo voglio, non lo voglio! Non lo amo: è impossibile! Se penso soltanto di doverlo sposare, mi diventa insopportabile, lo detesto; mi diventa antipatico; lo odio. Dunque, no; dirò sempre no, no e no! E se poi dovessi sposarlo per forza, se me lo faceste sposare per forza, prima morirei. Hai capito? E se mi vuoi bene, lo devi dire al babbo e alla mamma. Devi dire — tu che mi conosci — che io morirei (colle lacrime negli occhi e nella voce, tutta sconvolta, tutta febbricitante, fugge nella sua camera a rinchiudersi, a nascondersi).
Venceslao (dopo un momento: cacciando fuori il capo da una delle finestre che dànno sul terrazzo) Pst! Pst! Dottore... E così?
Il dottore (voltandosi: forte) Altro che I cavalli del sole! Un fiasco ancora più tremendo!
XIV. Giordano Mari alla signorina Emma Dionisy.
«Torno in questo momento da casa vostra, dove ho portato a vostra madre un biglietto da visita, per prendere commiato: nell'uscire, proprio sulla soglia del palazzo, mi sono incontrato col cavalier Venceslao. Salutandolo e ringraziandolo delle cortesie fattemi, gli ho espresso pure il desiderio, la speranza, di poter forse rivedere ancora la signora Dionisy prima di partire; il dispiacere mio, in ogni modo, di dovermi così allontanare senza poterle esprimere, anche a viva voce, tutti i sensi della mia devozione, della mia ammirazione e della mia riconoscenza. A queste effusioni spontanee d'un cuore espansivo, forse disadatto alle formalità cortigiane ed al sussiego dell'etichetta, certo sincero ed appassionato e ingenuo, il cavalier Venceslao rispose con una freddezza compassata e studiata, con una durezza così inattesa e immeritata, da indurre in me non so più se stupore o dolore amarissimo.
«Vostro padre (e per la sua età e per la sua condizione, toccava a lui ad essere il primo), vostro padre non mi stese la mano: io trattenni la mia, trattenni ogni slancio: il saluto mi si agghiacciò sulle labbra. Colpito, ma non volendo rispondere all'offesa, dignitoso e grave, mi raccolsi nel riserbo, nella fierezza altera dell'animo mio; sicuro della mia coscienza, sicuro di ogni mio sentimento, sicuro di ogni mio atto, di ogni mia parola, di ogni mio sospiro, così del passato come dell'avvenire; sicuro di poter nuocere forse a me stesso, non mai agli altri.
«Il cavalier Venceslao mi parlò con un tono quasi aspro, senza guardarmi in faccia. Eccovi le sue parole ad una ad una:
«Mia moglie, in questi giorni, è molto sofferente; non riceve altro che i parenti ed i pochissimi amici più intimi». Io feci un atto che esprimeva l'intenzione, l'offerta di una mia visita a lui stesso... Il volto così espressivo di vostro padre, quel volto in cui la bellezza, la bontà e l'intelligenza vanno a gara per suscitare e imporre la simpatia ed il rispetto, si mutò; divenne arcigno; non ebbe più che dell'avversione e dell'odio negli occhi.